PAOLA “ECOART” SICILIANO, COME RITROVARSI NELL’ARTE FIN DA BAMBINI

“Paola Siciliano indossa con naturalezza, come fosse una giacca, la sua solarità proprio come sanno fare gli artisti, arriva puntale al bar dove ci eravamo dati appuntamento
Paola. una ragazza nata nel 1975, ha trascorso la sua infanzia in una frazione di Sorianello, Savini. Un paesino di montagna, spiega, immerso nelle serre calabresi, dove ai tempi non avevamo neanche una piazza. Ti faccio questa piccola premessa, spiega perché è in questo contesto di montagna che si è sviluppata la mia creatività e il mio rispetto per la natura.
Sono stata sin da piccola una creativa: da bambina costruivo i giocattoli per me e per i miei fratelli con tutto ciò che trovavo, dalle macchinine di legno alle bambole di stoffa, passando per le slitte divertendoci così a scivolare sulla neve, fino ai vestiti per i nostri piccoli spettacoli tra bambini. 
Crescendo la scelta della scuola è finita in questa direzione, mi sono diplomata come “Stilista di Moda”. Ho avuto la fortuna di avere due insegnanti fantastiche, Aurelia Barbieri e Stella Potenza, due donne formidabili oltre ad essere due grandi artiste. Se ho iniziato a dipingere, spiega, è perché sono state loro a farmi innamorare di spatole, pennelli e colori.
Negli anni il mio nome d’arte è divenuto Paola EcoArt. Con EcoArt ho sempre voluto sottolineare il mio modo di “Operare” nell’arte attraverso la regola delle “Tre R”: Riduci, Riusa,Ricicla. Il mio motto è: Tutto ha un’anima, basta saperci guardare dentro. Una cosa che adoro fare, quando trovo un oggetto in disuso è andare alla ricerca della sua anima, perché in ogni cosa possiamo trovarla e ridargli così una nuova vita.
Ricicli anche quando dipingi? Certo, e non solo, dice. Spesso dipingo sostituendo le tele con pezzi di MDF recuperati negli smaltimenti. Per i colori, invece, vado da degli amici che hanno colorifici e recupero le vernici di scarto.  Ovunque c’è un’anima, ci tiene a specificare, io provo a ridarle vita
Come vedi, chiedo, la situazione dell’arte? A Vibo il messaggio di ogni artista viene spesso sottovalutato.  Io ci tengo al mio messaggio. Mi piacerebbe, non lo nego che crescesse un vero interesse verso esso.
Vedo la Scuola come un potente alleato, dove poter creare laboratori. In un mondo che va solo verso il digitale, secondo me è fondamentale far risvegliare nei bambini la creatività, la padronanza dell’uso delle mani ed il rispetto per l’ambiente. Se si creasse più spesso questa sinergia tra scuola ed artisti, ne usciremmo tutti più arricchiti. Attraverso i bambini, dice, possiamo fare tanto e te lo dico perché in passato, grazie alla sensibilità di una dirigente scolastica abbiamo creato un piccolo progetto chiamato “estate a scuola”. Questa esperienza la porto nel cuore. Ricordo la gioia dei bimbi che a casa, dopo i laboratori, creavano le loro piccole opere, ricavandole da oggetti altrimenti buttati, è stato per me davvero un momento di felicità, e di consapevolezza, nulla è perso, possiamo fare tanto per le nuove generazioni e per il nostro pianeta ma bisogna cooperare.
Così lasciamo in programma un secondo caffè

(pagina Fb di Paola Ecoart)
https://www.facebook.com/PaolaEcoArt?mibextid=wwXIfr&rdid=aE0DgbKQmgbXmhsL#

Foto di Paola “EcoArt” Siciliano, per gentile concessione

La ROSA NEL BICCHIERE-Franco Costabile

Un libro di Poesie spunta trai libri di mio padre, lo leggo con una certa avidità. Si tratta di “La Rosa nel bicchiere” di Franco Costabile, Figura tormentata della Poesia Calabrese.
Quello che ho tra le mani però è un condensato, una raccolta di opere di Costabile. Credo ci sia però solo una parte dei libri citati però comunque mi ha permesso di avvicinarmi e scoprire una Calabria non molto diversa da quella di oggi ed è una terra a cui è molto legato. Costabile è origine di Sambiase, cittadina del Golfo.
La prima cosa che ho notato è stata la scrittura elegante. Il titolo ci riassume esattamente lo spirito colto dal libro di Costabile, nei paesini che non vivono vicino al mare (o almeno, l’ho visto spesso fare al paese della mia Nonna Materna, che non è però Sambiase) c’è questo gesto semplice per abbellire i davanzali, una rosa in un bicchiere d’acqua. In quest’opera non abbiamo affatto la Calabria da Cartolina che possiamo immaginare dalla balconata di Tropea ma quella piuttosto vissuta nei paesini che il mare non lo vedono affatto, vivono tra gli ulivi e che Costabile cita spesso. Ma gli ulivi non sono affatto idilliaci, sono posto di sofferenza per le ragazze, piacere per i proprietari, l’uomo che stupra e la donna che cresce figli Tra gli ulivi si nascondono ‘Ndrangheta&Bulli, matrimoni riparatori dopo uno stupro, un paio d’orecchini per scoparsi una ragazza quando non la si vuole stuprare e la si compra così. Ma è anche terra del personaggio saggio&silenzioso che non ne parla ma non gli sfugge nulla, del devoto che lascia il tutto alla chiesa. E questa vita semplice&povera è sempre lontana dal mare.
E’ la vita del paesino, quasi un Deandrè AnteLitteram nei suoi vicoli dove il sole del buon dio non manda i suoi raggi. Quei paesini dove tutti hanno la fortuna di saper zappare e vanno via in cerca di meglio, qui chi muore lascia la vigna al prete e la ‘Ndrangheta ingrassa con la cassa del mezzogiorno.
Lo fa ancora oggi che non esiste….
Costabile è un’anima inquieta&tormentata, alla perenne ricerca di risposte&serenità che troveranno senso in un suicidio alla canna del gas.
Costabile nonostante sia andato via, si sente sia calabrese fino il midollo. Ci parla di quella Calabria che non cambia mai, nonostante i governi che lasciano per volontà le cose così, rigoli neri e il pane venduto a credenza. Costabile ha vissuto l’epoca nera delle faide, che non nego anche qui (soprattutto il Costabile di “Apologia” mi fa pensare all’ultimo Deandrè, quello di Desamistade. Con eleganza ci descrive questo martirio che dura ancora oggi che non ci fa avere sfiducia nelle istituzioni e quasi ci fa piegare a novanta gradi, nonostante la pulizia di Gratteri Quasi con ironia ci dice con aria di scherno che non è la Calabria dei villaggi turistici: in Sila, sciolta la neve viviamo con i lupi. Quella Calabria che dice Addio ai suoi figli, un’emorragia più che un’emigrazione dell’andare via contro voglia perché qui per scaldarti fai figli su figli e quando però di figli ne hai fatti troppi, ecco un’altra immagine semplice come la rosa nel bicchiere: papà diventa un fantasma, papà è la cartolina all’anta della credenza e quasi senti la presa in giro: baci, abbracci e va cogghi vovalaci.
Notavo, nel libro alcune poesie postume, di certo legate all’ultimo periodo prima del suicidio, una certa vitalità, un incoraggiamento a prendere coscienza. Come se avesse imparato a nascondere in quelle botte di vita, tutta lasua frustrazione&malessere che l’avrebbe poi portato al già citato.
Piano piano, ho notato che con il pubblicare delle opere Costabile allungasse i propri componimenti, da epitaffi a vere e proprie fotografie
In tutta l’opera, ecco una crudezza che emerge prepotente tra versi eleganti e semplici da leggere. Dettata dall’ambiente. E’ venuto molto prima però ammetto sarebbe piaciuto molto anche a loro, credo mi ci faccia pensare a un Bukowski e un Deandrè (già detto, ante litteram…) cresciuto in ambienti diversi per il suo approccio alla poesia.
Leggetelo!

Processo a Jim Morrison-Serena Maffia

Presi il libro, alcuni anni fa, attratto molto dal titolo senza sapere a cosa andassi incontro e senza conoscerne l’autrice.
“Processo a Jim Morrison” è una breve raccolta di testi teatrali (uno, “Ilaria Vuole” è  più un monologo, se vogliamo dirla tutta). Due atti unici di Serena Maffia, una piacevole lettura che spero di vedere messa in scena prima o poi.
Si apre con “Processo a Jim Morrison”, atto unico che dà il titolo e qui, più che un processo vero&proprio abbiamo un surreale dialogo tra due “resuscitati per l’occasione”: James Douglas Morrison e Pamela Courson che ripercorrono, nella casa dove sarebbe poi morto Jim Morrison, gli ultimi mesi di vita della Rock Star, il suo cosiddetto periodo parigino in una stanza di Rue de Breteulle.
Serena non ci mostra l’iconico Jim Morrison, il magro capellone delle foto a braccia aperte in pantaloni di cuoio ma lo sciamano barbone in maglione con scollo a V. Non il Dionisio del Rock che ci saremmo aspettati, di quello si è ampiamente parlato e si è idolatrato parecchio, quello di cui si parla davvero sempre poco è il Jim Morrison Poeta, animo tormentato. Un uomo tormentato anche nel suo rapporto con Pamela.
Dicevamo, non è proprio un “processo” piuttosto è un dialogo tra due anime tormentate, un’analisi che sintetizza bene l’Icona Rock che è stato, e continua a essere Jim Morrison a più di 50 anni dalla morte.
Senza nascondere il lato selvaggio, la testa di cazzo che Jim Morrison sapeva essere quando beveva. Anzi, ci viene mostrato quanto potesse essere selvaggio senza renderlo un tamarro o giustificarlo.
Serena ricorda quel che molti dimenticano, ed è una cosa che ho apprezzato parecchio, ossia che Jim Morrison si è trovato catapultato nel mondo della musica quasi per sbaglio, per lui era solo un posto di passaggio. In sintesi, un poeta arrivato alla musica per caso e alla morte rincoglionito e tutto questo con una ragazza, quella notte, messa male dalla droga, peggio di lui.
Serena, in questo breve dialogo proprio per questo relega i Doors a una semplice citazione che, se non fosse stata necessaria ne avrebbe fatto tranquillamente a meno, concentrandosi poco sulla rock star testa di cazzo e molto sul poeta fragile&ribelle che in fondo Jim era. Qui, il finto pompino fatto alla chitarra di Krieger non ci interessa affatto. Serena ci fa capire che se Jim fosse sopravvissuto, LA Woman sarebbe stato comunque il suo ultimo albo con loro: così ultimo che scappò a Parigi senza sentirlo finito.
Ci parla del suo rapporto con gli eccessi, di come odiasse Pam quando si rincoglionisse con l’eroina, di come lei lo odiasse da ubriaco. Pam e Jim sono due personalità simili vissute in maniera diversa, due pescatori, uno saggio e uno pionieristico e questo li fa tormentarsi. Non dimentichiamo il rapporto, fino i 22 tormentato e poi assente, con gli ingombranti genitori. E per loro di un ingombrante figlio, una volta morto si preoccupano di cambiarne la lapide perché piena di messaggi da parte dei fan.
Questo lato di Jim Morrison è stato colto benissimo da Serena, è proprio il Jim che ti aspetti di vedere, il poeta pionieristico tanto ribelle quanto contradittorio, il pazzo che tormenta Pam proprio perché l’ama e tutto questo senza cadere mai nella pesantezza. L’opera si legge bene e scivola, come il buon whiskey nella gola di Jim.
Ammetto mi piacerebbe vederla dal vivo, soprattutto quando Pam “sparisce di scena” per descrivere il “Jim Avvoltoio” che si presenta a casa di un’amante, la moglie del manager, lo stesso pomeriggio in cui i due decidono di divorziare.
Per un attimo, oltre le varie battute di martello abbiamo una specie di processo. Ovvero, Pam che battendo il martello incalza Jim con alcune domande ed è l’unica “sentenza” che ci troviamo davanti. Jim risponde, è innocente: non si definisce un drogato e un esaltato. Ma un tipo che crede nel senso profondo di ogni cosa.
Jim, da buon immaturo, scappa dalle definizioni.
Ricordiamolo: Jim Morrison muore il 3 luglio 1971 a Parigi, ed ecco che Serena ci mostra tutti i dubbi riguardo la sua morte. A Parigi, era scappato anche dalle sue responsabilità: voleva smettere di bere e vivere di Poesia, una sorta di vita idealizzata: Jim il Poeta e Pam la Musa.
Alla fine, viene il tragico però. Nonostante Jim, o il suo spirito siano qui con noi, i suoi ultimi momenti restano un mistero che ci permette ancora di credere alle leggende. Serena con semplicità ci restituisce la drammaticità dell’ultima notte di Jim quando tutto finisce. Con la sua voce gelida e Pam che proprio non ce la fa a stargli vicino. Citando una poesia di Jim va via, lasciandolo morto nella vasca.
Dissolvenza in Nero…
E poi… poi arriva il “Secondo atto unico” dell’opera, dal titolo “Ilaria Vuole”. È un monologo, molto più breve rispetto quello di Jim.
In una cucina semplice, una ragazza in abbigliamento casalingo piange un uomo che non c’è più. È una romantica sognatrice, o ce lo fa credere, che lamenta il dolore per aver sprecato il suo amore, è stata una donna che cercava l’amore in uomo che l’ha ferita, sedotta ed abbandonata. Ma la fine di un amore è un qualcosa che ci fa aprire gli occhi, e ci mette in condizioni di porci nuove domande per aiutarci a crescere.
Qui Serena ci mostra Ilaria, una ragazza che si aggrappa alla vita chiedendosi perché il dolore faccia male, parlandoci d’amore ed incertezza, del vuoto che una persona amata lascia andando via, lei che ora vede cattiva.
Ilaria è una ragazza fragile che cercava in un lui delle certezze che non poteva affatto darle, se non del buon sesso, a lei che lo amava follemente. Una ragazza che adesso ritorna alla realtà rivedendo in se stessa la bellezza che l’amore le dava, arrabbiata si getta nell’alcool. Cercando comunque un appiglio alla vita, per rinascere in un periodo difficile. A salvarci arriva l’ironia, che si dimostra lla base di tutto. Perché ti sei innamorata di lui? Perché aveva il membro grande…
Ma forse per non venir meno all’ironia, ci si dovrebbe domandare cosa ti aspetti da un rapporto del genere. Che il tizio resti  con te a orgasmo raggiunto?
Ma Ilaria non si lascia fare altre domande e va via. Dissolvenza in nero.
In Sintesi, questo libro è stato una lettura piacevole, seppur breve. Serena è molto diretta, non ha fronzoli e dice quel che vuole dire direttamente. Sarebbe anche piacevole vederli messi in scena, anche se ne uscirebbero due brevi rappresentazioni. Comunque, consigliato

Calabria per rigenerarsi: Serena Maffia

Ho conosciuto Serena Maffia per caso, incuriosito dal suo libro “Processo a Jim Morrison”. Quando risponde al telefono, vengo piacevolmente sorpreso dalla sua voce da ragazzina
Nata a Castrovillari il 10 settembre 1979, dove non ha mai abitato perché i genitori avevano casa là vicino, descrivere Serena, dice è una domanda piuttosto difficile. Autrice di romanzi, ha lavorato in Mediaset e Rai e la scrittura è una sua passione fin da bambina.
Ho scritto drammaturgie e sceneggiature, articoli e recensioni, dice, perché la scrittura è un qualcosa che ho amato da sempre. Ricordo che le maestre, dice con un sorriso erano disperate perché i miei temi erano lunghissimi
La mia prima creazione, dice, fosse una filastrocca.
In famiglia mi hanno sempre lasciata libera. Non mi hanno mai davvero ostacolato ma neanche molto incoraggiato, perché la letteratura è un posto difficile. Mio padre mi disse: se devi intraprendere questo percorso fallo bene, per questo bocciò la mia prima raccolta di poesie quando gliela feci leggere. Per questo, dice Serena, la mia prima opera pubblicata è stata un saggio sul teatro in forma di drammaturgica.
A rivederli ora, dice, quelle poesie sono giovani&fresche con qualcosa di buono, ma ho fatto bene a seguire il consiglio di mio padre. Ovviamente, dice, le prime poesie le ho scritte a quattordici anni e il saggio a diciotto. Alla fine dei conti sono comunque andata avanti e ho raggiunto i miei obiettivi.
Adesso mi definisco un’artigiana, perché uso la mia tecnica per creare qualcosa che arrivi dritto come una freccia nel cuore e nella mente.
Il mio compagno è musicista, lui è molto contento del mio lavoro perché tra artisti ci si comprende, c’è molta bellezza&comprensione nel nostro rapporto perché viviamo l’arte insieme anche se facciamo cose diverse.
Serena ha pubblicato il suo primo saggio a 18 anni e il suo primo romanzo a 20, Sveva Va veloce. A rileggerlo ora, dice, lo modificherei, ma si fa ancora rispettare.
Ho un rapporto molto bello con la Calabria. È un posto bello, ma difficile da comprendere, soprattutto chi viene da fuori ha difficoltà a entrare in profondità nelle sue mille sfaccettature. La Calabria è un posto che mette quiete, con la sua aria profumata&pulita riesce a disintossicarmi dallo smog di Roma, dopo un giorno soltanto in Calabria i miei capelli, come la mia pelle, diventano puliti&profumati. Sarà perché ci sono le mie radici là, in Calabria, e tornare mi fa rinascere.
In Calabria, dice, in sintesi, respiro!
Di contro, a Roma ho la possibilità di esprimermi tranquillamente. È una città magica, perché anche qui respiri una cultura e una storia proprio come in Calabria. Purtroppo, con ogni “Giubileo” tendono a creare praticità per i turisti che la snaturano un po’.
La Calabria purtroppo ha anche i suoi lati difficili. Culturalmente, la Calabria, spiega sia un posto molto vivo dove si può fare cultura. È un posto pieno di scrittori costretti ad andare via, inseguendo un bisogno di libertà d’espressione che spesso manca. Ci pensi, in Germania per partecipare alla presentazione di un libro paghi un biglietto. In Calabria come in tutta Italia è inconcepibile. Manca una vera&propria organizzazione turistica, ed è mal collegata. Si dobrebbe riorganizzare, valorizzare.
In Calabria, ci tornerò a breve. Una volta l’anno, ci vengo per cercare di pensare. Questa estate ci girerò un cortometraggio. Per me resta un posto importante, da valorizzare.
Conti di tornarci definitivamente? Non saprei dirti, dice. Sento di appartenere a Roma, anche Roma mi ha dato tanto, e la libertà di esprimersi è la prima cosa.
Tra i progetti futuri, viaggiare e scoprire luoghi che nascondono storie. E il mio film.

Serena Maffia (foto, per gentile concessione di Serena Maffia 🙂 )

Arte bruzia&schietta di Mariano D’Ermoggine

La prima cosa che noto, osservando alcune foto, è una vaga somiglianza con Andrea Roncato, subito dopo quando risponde al telefono è la sua voce calda, mista alla sua parlata socievole e diretta, che ben si sposa alla sua immagine ma Mariano non se ne cura e parla con me come se fossimo due coetanei cresciuti insieme.
Partiamo dall’inizio, però. Mariano D’Ermoggine è un ragazzo che non sente affatto di essere nato, anagraficamente il 29 novembre 1965 a Cosenza. Artisticamente nasce nei primi anni ’80 quando entra a far parte del Gruppo Folcloristico “Coro della Sila” capitanato dal suo prozio Diego, icona del folklore bruzio. Nei primi anni 90, poi, conosce quello che diventerà il suo Maestro, l’attore, autore, poeta e regista cosentino Totonno Chiappetta con cui debutta in tv e teatro. Per motivi di lavoro si trasferisce a Milano e quindi “abbandona” il teatro per un po’ di anni fino a quando, nel 2012, grazie a Sergio Crocco e “la Terra di Piero” torna sulle tavole, prima con una serie di reading e poi con due commedie che sbancano il botteghino, ovvero “Conzativicci” e “Foraffascinu” dove lo troviamo fra i protagonisti principali.
Gli chiedo a chi si ispira, mi risponde: “Beh, come la gran parte di coloro che fanno teatro i miei modelli sono i grandi attori del teatro italiano, parlo dei Fratelli De Filippo, di Gasmann, Proietti, i Fratelli Giuffrè e via discorrendo”.
Ma no, assolutamente non ha fatto studi di recitazione. Mariano appartiene alla scuola di pensiero Eduardiana, la quale sosteneva diceva <Il Teatro si fa con il talento, non con la tecnica>. Ovvero penso che il teatro va fatto sulle tavole, interpretando, recitando. Poi, è chiaro, un poco di tecnica va studiata ma fondamentalmente penso si faccia così. C’è un florilegio di scuole, laboratori ed altre cose gestiti, la gran parte, da gente che il teatro non sa neanche cos’è; non credo molto nelle scuole di recitazione, fatto salvo naturalmente le scuole come l’Accademia di Roma, la “Suso Cecchi D’amico” e poche altre. Ho visto cose assurde, credimi!!! Nel laboratorio di Proietti, per esempio, si studiava lavorando e da lì sono usciti bravissimi attori e attrici, come Insinna, Brignano, Laganà, Paola Vittoria Cruciani e tanti altri.”
Capisco…ma cosa hai visto di così assurdo?. “Oh mamma mia…qualcosa come “lettura creativa” o “stage di scrittura teatrale” di due/tre giorni…lasciamo stare dai.”
Mi parla poi degli altri suoi progetti e spettacoli fatti e mi dice di aver partecipato come protagonista al dramma “Vittime di guerra” di Giuseppe Sciacca con “La compagnia della Rosa” di Acquappesa e poi di due suoi spettacoli: “Bruzio Partenopeo”, un viaggio fra le culture partenopea e bruzia così simili fra di loro, e “La vita è proprio esagerata!!!”, omaggio al Maestro Califano.
Com’è fare teatro in Calabria? “Beh…non è facile, come d’altronde da molte parti. Però si fa. Intendo dire, c’è tanta gente che fa teatro a Cosenza ed in Calabria, ci sono tante compagnie amatoriali con tanti bravi attori, alcuni più bravi e validi rispetto a tanti professionisti o pseudo tali e di questo son contento, ovviamente. Ma tutti bene o male, hanno, anzi abbiamo il problema delle strutture, degli spazi ed anche quello dei costi. Si prova a volte in casa, in magazzini freddi, umidi e polverosi. E poi le strutture, i teatri. Ti parlo di Cosenza, per esempio; fino a qualche tempo fa nella mia città c’erano, fra pubblici e privati, sei teatri, oggi ne sono rimasti due, uno è il glorioso “Rendano” l’altro il “Tieri”, ambedue di proprietà del comune ed hanno i loro giusti costi per poterli utilizzare. Va da se che, ovviamente, chi fa teatro amatorialmente o, come amo dire io di me, semi-professionalmente (ride) è costretto a questi costi…a volte si hanno gli sponsor a sostenerci, ma a volte no e quindi ci si autotassa sperando nella vendita dei biglietti che, naturalmente, non possono essere venduti a cifre esagerate. Però, ripeto, c’è tanto teatro e questo è positivo perché si fa cultura ed in una città è importante.”
Come hai vissuto, da attore, il periodo del Covid? “Male, come tutti. Ci siamo fermati, anche quando si è ripreso a fine 2021 con le limitazioni imposte, tipo “una fila si, una no, un posto si uno no” proprio per il discorso dei costi di cui dicevo prima. Ti faccio un esempio. Se un teatro ha 500 posti tu paghi il ticket da 500 posti, vigili del fuoco, siae e compagnia bella, ma con le limitazioni si possono vendere massimo 125 biglietti: mi dici a quanto dovrei vendere questi biglietti per pareggiare i costi? E poi, quanto è brutto avere il teatro semideserto…quindi, ripeto, lo abbiamo vissuto molto male ed abbiamo aspettato tempi migliori.”
E’ cosa vecchia, ma mi piace saperne cosa ne pensano gli addetti ai lavori di quel famoso video promozionale fatto dalla regione qualche anno fa. “Parli di quello di Muccino? Mi vuoi far essere cattivo…posso dire alla Fantozzi “una cagata pazzesca”?Dentro ci sono vecchi stereopiti, stronzate abnormi, sgrammaticature e quanto di peggio possa esserci. Un milione e seicentomila euro buttati. Ne avessero dati anche un quarto ad un bravo regista calabrese avrebbe fatto qualcosa di molto meglio. Ancora c’è gente che vede la Calabria come la terra dei ciucci, delle lupare in spalla, degli scansafatiche al bar (un po’ come spesso viene rappresentata la Sicilia) e sta cosa mi dà un fastidio tremendo così come mi provocano l’orticaria certe fiction o film ambientati in Calabria dove la gente la fanno parlare catanzarese se non addirittura siciliano.”
Torniamo a noi ed al teatro, classica domanda sui progetti futuri. “Beh, un bel po’ di cose, per fortuna. Innanzitutto, nell’immediato portiamo in scena al Rendano il prossimo 14 febbraio “Sei personaggi in cerca di onore” di William Lo Celso, una serie di monologhi in cui si parla di sei personaggi storici calabresi che hanno avuto, secondo noi, poco onore in vita come dopo. Poi vorrei riprendere “A morte Pulcinella!!!” di Casalini e Capponi, portata in scena due anni fa col mio amico Antonio Filippelli; ho anche un mio progetto di uno spettacolo totalmente nuovo ma credo che si farà addirittura nel 2026 anche se ci sto lavorando da quasi due anni ed inoltre vorrei portare in scena un atto unico di Vincenzo Ziccarelli che è stato, per me, il più grande commediografo bruzio del secolo scorso che ahimè ci ha lasciato circa 11 anni fa.”

Mariano D’Ermoggine, in posa poetica per gentile concessione

Antonio Tambuscio. Pop Art da Vibo Valentia

Ho avuto la fortuna di conoscere Antonio Tambuscio alcuni anni fa, quando con alcuni amici abbiamo organizzato una mostra collettiva d’arte.
Persona molto pacata, è nato ad aprile 59 a Vibo Valentia dove vive e dipinge. Disegna fin da piccolo, frequenta l’istituto d’arte per due anni prima di cambiare istituto e dopo il diploma frequenta il laboratorio forense a Firenze per otto mesi.
Con un sorriso, mi spiega non sia il primo con cui parla: una rivista americana ha portato ai media cubani la sua arte. Vengo, da parte materna, da una famiglia di artisti, mio fratello è anch’esso un artista. Quindi per me è stato molto naturale avvicinarmi a quest’arte, che in famiglia è sempre stata ben accetta ed apprezzata.
Per me, la pittura è molto importante, mi isola da tutto, ascolto musica e sto bene, nella mia creatività trovo serenità. Dimentico tutto, davvero ed è capace che all’una di notte sono ancora qui davanti la tela a dipingere.
Sono sempre stato un amante del bello, mi spiega, il nostro territorio si sta impegnando nel perderlo ma io vorrei trattenerlo, coltivandolo e trasmettendolo: è questo il mio obiettivo.
Io ero nell’unità cinofili, mi spiega. Ho trasformato il nostro canile nel più bello di Italia, me lo racconta con un sorriso d’orgoglio: è diventato, non più un canile ma una villetta.
Vengono a vederlo da tutta Italia…
Mi spiega, ed è vero, che basterebbe poco per valorizzare questo paradiso in cui viviamo
A Palermo, al piano terra del commissariato Antonio ha creato il suo primo murale. Il lavoro di Poliziotto Cinofilo lo ha portato a lavorare in grandi città, dove ogni volta in ogni caserma lasciava un dipinto e aveva comunque modo di conoscere artisti locali.
L’arte ha un grande significato per me, mi ha insegnato ad apprezzare il silenzio, a stare con me stesso e far funzionare la testa. Definisco, spiega, la mia pittura molto classica. Anche se da sei anni mescolo classico al moderno, creando un realismo che nasce dalla pop art. E nelle mostre, tra cui una permanente al Vibo Center ho avuto molti apprezzamenti, sia quando presto le opere a livello regionale che nazionale.
A livello provinciale penso di essere l’unico ad avere questo stile e cerco di farlo comunque conoscere.
Principalmente, Antonio dipinge ritratti e panorami definendo la sua arte “realismo pittorico”, in maniera vivace libera da canoni estetici troppo forzati ma comunque che può spaziare anche con canoni classici. La mostra più rappresentativa, spiega, è stata subito dopo la prima quarantena, l’ho avuta a palazzo Gagliardi con Maurizio Buonanno, il giornalista.
Durante il covid, spiega è stato il periodo che ho lavorato più di tutti, vuoi che la gente era chiusa e cercava una bellezza che mancava o forse per appagarsi. O vuoi che ha iniziato ad acquistare online, tra cui arte.
In futuro…? Volevo portare avanti questa mia arte, sono cresciuto molto artisticamente. E preparare una mostra a dicembre, a Palazzo Calimirri di Serra San Bruno

Rino Gaetano. Dipinto da Antonio Tambuscio ed esposto al Vibo Center (Foto Mia)

LORENZO STEPANCICH, ARTIGIANATO DA “ANTRO INCANTATO” IN CALABRIA

Quanto sono belle, le fiere del fumetto che ti permettono di conoscere anche questi Piccoli Artigiani Alternativi, gente come Lorenzo Stepancich che porta avanti, insieme il suo Largo Sorriso e la sua Ragazza Catanese, le proprie passioni in maniera tranquilla ed artistica. Non farti ingannare dal mio cognome, dice, perché mio padre è un istriano di origine etiope: io sono nato a Cosenza nel lontano 1986, dove vivo e lavoro in un call center da 15 anni. È un lavoro che mi tengo stretto: ricordo di aver fatto la botta per nove mesi, sfruttato e sottopagato ma adesso lavoro per un’azienda florida.
Credo che questa passione per il Fantasy si sposi bene con il mio essere calabrese, perché se guardi il lato storico&ancestrale della Calabria, quello che ti fa vivere superstizioni e le leggende locali, attraverso i racconti dei nostri nonni, è come se guardassi le leggende del nord Europa. Bisognerebbe, dice, capirla o almeno provarci con questa nostra terra.
Ma negli ultimi anni, grazie a questa passione condivisa con la mia ragazza Claudia per il genere Fantasy ed Horror, i fumetti che siano manga o americani ed italiani non importa, abbiamo deciso proprio con Claudia, che è il vero motore&scintilla di ciò, di mettere su “Antro Incantato”. Portiamo così avanti la tradizione artigiana familiare perché mio Nonno, dice Lorenzo è anch’esso artigiano. Claudia, mi racconta Lorenzo che ha girato le fiere in Sicilia insieme sua mamma, anch’essa artigiana però si dedicava principalmente ai presepi o roba comunque dedicata al periodo natalizio ed è grazie a lei che sviluppa ottime basi pratiche per questa sua creatività, a ciò aggiungi la passione per il fantasy e per il mondo nerd e diventa il motore pulsante di questo nostro piccolo progetto. Certo, se non ci fosse stata lei non avremmo creato tutto questo.
Certo, Claudia come tutti le persone creative tende a sminuire il suo impegno e il suo valore
ma dopo aver visto il riscontro positivo avuto al Cosenza Comix, per cui l’ho pressata io l’ammetto, si è fatta coraggio e ha deciso di continuare, sentendosi apprezzata.
“L’antro incantato” è un piccolo brand di oggettistica. Principalmente, le nostre bottigliette sono dei soprammobili, spiega Lorenzo. All’interno vi sono polveri metalliche con liquido sterile e colorato a cui diamo nomi riconducibili all’universo horror o fantasy. Nonostante il mondo nerd o fantasy in Calabria sia molto apprezzato&vivo, questo nostro lavoro però crea incomprensioni alle fiere: molti pensano siano oggetti satanici o blasfemi. Non è nostra intenzione, spiega Lorenzo, noi non incitiamo al male e meno ancora siamo psicopatici che cercano a tutti i costi qualcosa contro cui scagliarsi. Con il tempo, ho provato a lanciarmi anche nella creazione di opere in alluminio e allargo così il catalogo di creazioni di Claudia. Adesso, spiega, abbiamo abbastanza roba, creazioni così varie che, se apprezzi l’artigianato, difficilmente togli gli occhi da dosso
In famiglia…? Mio padre è un creativo, a volte mi aiuta e non mi ha mai fatto mancare il suo supporto morale. Mia madre è una professoressa di matematica&fisica ed è molto con i piedi per terra quindi non sempre mi capisce. Per la madre di Claudia, venendo dal quel mondo, è stata una cosa naturale.
E’ un mestiere che permette di vivere? Grazie agli eventi, agli artigiani che, come noi, non hanno partita iva, Si!
Purtroppo le fiere in Calabria si concentrano da maggio a settembre, con i sette mesi centrali di vuoto.
Vorrei aprire un negozio online, ma ci vogliono competenze che non ho. Non conviene, visti i tempi però ammetto che quest’anno durante le fiere è andato bene. Principalmente, dice Lorenzo, essendo io Calabrese e Claudia Siciliana ci muoviamo tra Calabria e Sicilia. In Calabria è andata abbastanza bene, rispetto la Sicilia ci sono state più fiere ma non è solo questo: in Sicilia, soprattutto Catania, si è sempre più alla ricerca del “Merchandising Ufficiale” a prescindere dall’oggetto rispetto un oggetto artigianale, anche se il mio stand viene comunque apprezzato.
E restiamo di vederci al prossimo stand con una birra

Bottiglietta creata da Lorenzo Stepancich, comprata ad una fiera 🙂

Lisa Bilotti, Dark Fantasy Calabrese


Risponde al telefono una calda voce jazz di ragazza .
Autrice di due romanzi di stampo dark fantasy e varie raccolte di racconti, curatrice di un blog a tema libri e mitologia (www.lisabilotti.com) Lisa Bilotti è una ragazza di 35 anni che vive a Cosenza, dove è nata&cresciuta
Ha pubblicato il suo primo romanzo, “Il sangue della veggente” a gennaio 2022 e il 31 ottobre 2023 ”La scelta della Dea”, di cui ha pubblicato anche il seguito. Si tratta dei primi romanzi dark fantasy ad ambientazione preistorica pubblicati in Italia. Con le sue storie, trattando argomenti come morte, il dolore o il cambiamento , Lisa si rivolge a un pubblico adulto. Non definisce i suoi libri come romanzi di formazione, nonostante ci sia un’evoluzione dei personaggi. Voglio mettere il lettore, spiega, nelle condizioni di porsi le stesse domande che ci poniamo io e i miei personaggi durante la stesura. Non offro risposte, spiega, perché ciascuno di noi arriva a conclusioni diverse, magari più adatte alla propria esperienza personale.
Sotto certi punti di vista, mi sento molto vicina ai miei personaggi anche se le storie sono ambientate alcuni millenni fa. Sono personaggi in lotta contro le difficoltà e cercano, come noi, il loro posto nel mondo anche se non sempre quel posto corrisponde a quello che la società vuole. Definisco la lotta vissuta dai personaggi come positiva: è lo stimolo per andare avanti, se lotti vuol dire che hai un motivo per farlo. Quando ti arrendi, vuol dire che hai smesso di crederci.
Traggo ispirazione dalla storia e dal mito. Fin da piccola, ho svolto personalmente vari studi di antropologia trovando molto interessante la preistoria e in generale gli albori delle civiltà. Una delle prime caratteristiche che ho notato, e che mi ha fatto appassionare, è stato l’animismo delle popolazioni antiche, il loro rapporto con gli spiriti e la natura. Ad avermi sempre affascinata è stato il modo in cui Mito&misticismo si siano sempre intrecciati.
L’uomo antico, spiega Lisa, si poneva le stesse domande che ci poniamo noi uomini e donne moderni, nonostante non avesse le nostre conoscenze avanzate. Molte dinamiche erano simili: la guerra per il potere o le passioni.
I miei punti di riferimento letterario sono principalmente Neil Gaiman, di cui ho adorato American Gods e George Martin, da cui ho imparato ad amare il fantasy dando spazio alle tematiche umane.
La mia famiglia vive bene questa mia passione, scrivere mi è sempre piaciuto e fin da bambina mi hanno sempre vista con un block notes e una penna in mano. . Però ammetto di non aver condiviso la gestazione del mio primo romanzo, quindi non si aspettavano pubblicassi. Di certo, neanche io mi sarei aspettata poi di collaborare con una casa editrice (la Dark Abyss Edizioni): il nostro rapporto è in parte un lavoro e in parte un poter correre via dalla quotidianità visto che sono sempre con le valigie pronte a inseguire una fiera. Ci sono abituata, alle partenze. L’editore è di Bergamo, ci si muove in diverse regioni: le fiere sono occasioni per ritrovarsi con editori e scrittori diversi, avere un dialogo con i lettori ma anche con persone di vari settori.
In Calabria, c’è un ambiente abbastanza vario di autori che scrivono. Purtroppo, nel fantasy c’è ancora una certa esterofilia, mentre l’Italia offre una grande varietà di autori di talento e fonti di ispirazione. Tuttavia in tempi recenti si sta diffondendo un fantasy che potremmo definire regionale, ambientato nei nostri borghi e nelle nostre regioni. Si è compreso che non è necessario raccontare esclusivamente di castelli anglosassoni o della campagna irlandese: l’Italia offre una grande ricchezza di ambientazioni, episodi e dinamiche che possono alimentare la narrativa.
Di cosa si occupa la Dark Abyss Edizioni? Si occupa di tutto ciò che riguarda dark, horror e gotico, la sua caratteristica è di avere un’anima esoterica e in ogni fiera portiamo questo mondo. Io mi occupo principalmente di leggere le rune essendo la mia passione rivolta principalmente verso il mondo nordico.
Quindi, cosa sarebbero queste rune? Le rune sono le lettere di un alfabeto germanico, e anticamente venivano utilizzate anche a scopo magico e divinatorio. Oggi rappresentano soprattutto un metodo per ​ leggere l’animo umano. Leggendo le rune, non prevediamo il futuro ma, rappresentando esse degli archetipi, in loro una persona può riconoscere sé stessa e le esperienze che vive. In questo modo le rune supportano un lavoro di personale introspezione. Progetti futuri? Sto lavorando a un manuale per la lettura delle rune, la cui stesura è già molto avanzata. Inoltre, ho in cantiere un paio di storie che mi piacerebbe trasformare in romanzi…
E restiamo così, con la promessa di una birra.

Lisa Bilotti concentrata tra rune ed appunti. Per Gentile Concessione dell’Autrice

DAMIX, UN CALABRESE ADOTTIVO COME AMICO FUMETTISTA


Adesso non parliamo di un calabrese vero&proprio ma di una persona che può essere considerata un “Calabrese Adottivo”, visto che in Calabria un poco per amici e un poco per tutte le mostre in cui è diventato un piccolo “must” Damix ha trovato una seconda casa oltre ad averci ambientato parte della sua opera.
C’è chi lo chiama, con il suo nome d’arte Damix o chi con il più classico&catanese ‘Mbare.
Classe 1982, ho visto Damix per la prima volta all’edizione 2023 dell’Etnacomics ma ci ho parlato, instaurando subito una profonda amicizia nell’edizione successiva, quella del 2024. Ricordo ci siamo ritrovati a parlare di fumetti, ovviamente ma non solo, bevendo birra anche a fiera finita.
Damix è un fumettista indipendente, catanese verace e le sue opere nascono tutte da esperienze personali, in esse mostra tranquillamente la sua “filosofia di scrittura”. Ha sempre preferito gli AntiEroi ai cosiddetti supereroi: ho trovato sempre ridicolo Batman a combattere il crimine con i suoi batarang e batcazzate varie. C’ho sempre preferito personaggi duri&crudi come Il Punitore, molto più reali.
La personalità ribelle di Damix veniva già fuori da piccolino quando, a 4-5 anni creava i primi fumetti. A scuola, ricorda sorridendo, per la gioia di una maestra di matematica, materia e persona odiata, sul quaderno a quadri prendeva di mira amici&parenti e la già citata maestra. Per lo più, racconta, fossero vignette scherzose, piccole prese in giro. Ma adesso, oltre la voglia di divertirsi&provocare c’è comunque dietro uno studio e un lavoro. Che non è affatto, spiega, una cosa scontata.
I suoi autori preferiti sono persone come Todd Mcfarlane, un tizio che ti tira fuori magnifiche espressioni sui volti dei suoi personaggi, Frank Miller con i suoi antieroi di Sin City, Moebius e perfino Walt Disney.
Ovviamente, la mia famiglia ha preso un poco male quest’idea di vivere di fumetti, è ancora molto contraria a questa mia scelta di vita. I sacrifici ci sono in tutti i settori però in Italia, con i giusti sacrifi&sforzi si può vivere di fumetto, anche se non economicamente bene.
Attualmente, Damix è conosciuto per una serie “cult” che, con impegno “religioso” porta avanti: Lorcan. Con questa serie, Damix si diverte a raccontare le avventure di questo Lorcan, guerriero “ubriacone&mignottaro”, il cui unico scopo che lo spinge a combattere le proprie guerre sono i soldi. Da spendere in alcool&puttane, incurante di chi ha di fronte, siano essi Dei o meno. Un poco come Ulisse. Confida Damix, di vedere la Calabria come una terra mistica, mitica con la sua poesia e la sua storia ancestrale&millenaria. La Calabria è una terra che mi ha accolto sempre a braccia aperte, con affetto fraterno. Se non fosse stato così, mi spiega, non avrei dedicato parte della saga di Lorcan ad essa spedendo quel barbaro a combattere contro una Dea in Sila, me ne sarei fottuto e lo avrei mandato a bere con il nonno di Heidy.
Un’altra seria che impegna&diverte Damix è quella dedicata a Reverendo Cruz. Opera iconoclasta, nasce dalla passione per la filosofia, qui Damix con fare tanto divertito quanto provocatorio ci mostra i suoi dubbi sul mondo della religione. Nel suo grande piccolo, è un’opera cult. Certo, non è per tutti anche se mescola filosofia&religione al suo amore per l’horror più gore.
Progetti futuri? Portare avanti la saga di Lorcan. Mi chiedo se sconfiggerà Ostara? Chi lo sa. Intanto prepara a colori uno speciale di natale sul reverendo Cruz e uno speciale a colori su Lorcan in cui scontra nientemeno che…Poseidone.
Aspettiamo questo scontro iniziando a mettere una cassa di birra in frigo…

Damix, per gentile concessione dell’Autore, ci promette di prenderci a cazzotti se non leggiamo il suo Lorcan!!!

Sirio De Razza

Sirio De Razza , classe 85 è un Ex Militare e attualmente si occupa di Sicurezza Privata. Cosentino, ha Creato e Gestisce la “Compagnia della Sacra -Cerca- Cosenza”, ossia una Compagnia di Rievocazione Storica-Medioevale , di ispirazione Templare con il grado di Maresciallo dell’Ordine.
“Fin da bambino, attratto dalla loro moralità si è avvicinato al Mito del Cavaliere e dell’Amor Cortese, leggendo le avventure del Regno di Camelot, Re Artù e dei suoi cavalieri perché erano quelli che facevano del bene. Lasciandosi appassionare poi dalla storia dei  Santi Monaci-Cavalieri, i Templari. “
“Fin da piccolo”, ha confidato, “mi ero posto l’obiettivo di fare del bene al prossimo crescendo.
Fondato nel 1129, mi sono sempre sentito vicino a quest’ordine. Militarmente, possiamo considerarlo il corpo d’Elite della Chiesa, un poco come  la Swat del medioevo .
In origine, Eroi,  per via di  intrighi politici tra il Re di Francia e il Papa considerati AntiEroi, ma sempre impegnati a lavorare e Proteggere il prossimo infine vennero sciolti dalla Chiesa: è stata la loro storia controversa a farmi affezionare a loroCosì il mio obiettivo è sempre stato RIEVOCARLI con RISPETTO e fare conoscere l’ordine a tutti.
Nel 2006 , ha fatto parte di OSTMH, acronimo di  ORDO SUPERNUS MILITARIS TEMPLI HIEROAOLYMITANI ,  in italiano  ORDINE DEI CAVALIERI DEL TEMPIO DI HIERUSALEM sotto la guida del Gran Priore per l’Italia ,Prof. Stelio W. Venceslai.
OSMTH è un gruppo neotemplare, si definisce una società cavalleresca cristiana ecumenica.
L’OSMTH , una delle numerose associazioni ispirate alla tradizione templare, nacque nel 1995 e si registrò in Svizzera nel 1999. È il più diffuso e con il maggior numero di aderenti dei vari gruppi neotemplari: è presente in più di cinquanta nazioni ed è una confederazione di “Gran Priorati”. Pur distinti da denominazioni e sigle leggermente diverse, dichiarano dai propri organi di comunicazione ufficiali la comune appartenenza.
E’ stato gr all’esperienza maturata in questo gruppo, che ho deciso di fondare il mio, chiamato “Compagnia della Sacra Cerca ”. 
Ci dedichiamo a molte attività sia pratiche che intellettuali, tra cui l’aiuto reciproco o
comunque per il prossimo. Cosa molto importante, l’aiuto per il prossimo oltre il dialogo. A differenza di altri gruppi”, mi spiega, “noi ci teniamo a non essere un gruppo privato. Quindi a non nasconderci perché non solo vogliamo andare tra le persone, a parlare di templari, ma vogliamo anche, se possibile, dare il nostro contributo a una società
migliore o semplicemente una mano.
Se sei un cavaliere, lo sei sempre! Per questo, dice, ci vedrai spesso in eventi come fiere: il lato “rievocazione” per noi è molto importante.
Quindi, specifica, “non devi confonderci con il cosplay; non stiamo stiamo facendo la stessa cosa anche se ci incontri nello stesso contesto. È vero, il nostro è un gruppo principalmente di rievocazioni storiche sul punto di diventare associazione ma prima di “rappresentarlo”, un cavaliere devi esserlo dentro.
Per questo, innanzi tutto ho sempre stimolato ci fosse una certa mentalità e una certa spiritualità alla base di tutto.
Nella nostra associazione, dice Sirio, attualmente non c’è nessuna retta da pagare, piuttosto una gerarchia, oltre il già citato stile di vita, da rispettare e questo ci differenzia da altri gruppi. Da noi non compri niente: da buon cavaliere, devi guadagnare tutto. E tutto può venir tolto Per essere un cavaliere, oggi bisogna avere una visione di ciò che tutto era in origine. Non un titolo appannaggio di pochi, ma uno stile di vita: il cavaliere dev’essere quella persona in cui confluiscono etica, senso di sacrificio, orgoglio, onore e disciplina. Il nostro obiettivo è anche quello, ovviamente, di aiutare il prossimo ed essere cavalieri moderni. Per questo, dice esser cavaliere non è solo una parola ma un modo di essere: io voglio essere orgoglioso, e voglio lo siano anche gli altri, di sentirmi dire “sei un cavaliere!
La nostra associazione si chiama “Compagnia della Sacra Cerca”. Sottolinea, dice, il Cerca, che sta per RiCerca, perché molti leggono Cerchia. Il Prof Barbero, storico medievale ci ha posto molte attenzioni e con lui ci confrontiamo spesso e  volentieri , appunto per le nostre ricerche e richieste sull’ordine dal punto di vista prettamente storico.
Nella nostra visione di vita, crediamo molto fortemente nel dialogo. Il dialogo è alla base dell’intrecciare rapporti. Si può creare un rapporto tra persone stando seduti al bar, ma non per forza, a bere una birra.
Però, sottolinea Sirio, proprio per questo rapporto “puramente puro ed umano” il nostro gruppo non vuole affatto fare proselitismo. Vogliamo ne facciano parte pochi ma buoni.
C’è quello che noi chiamiamo STEP BY STEP , per comprendere sia noi che il “civile” quando e se l’aspirante è pronto a far parte di questo mondo sotto tutti i punti di vita, sia economico che di tempo. Perché l’associazione è una macchina, ciascuno fa parte di un ingranaggio e bisogna collaborare tra di noi per poter rievocare.
Principalmente, sono io che intrattengo le relazioni con il pubblico: mi racconta con un sorriso, al Cosenza Comix ho parlato ininterrottamente per 12 ore, dalle otto di mattina
fino le otto di sera. Se posso, dice togliermi un sassolino dalla scarpa, vorrei dire che non sempre le amministrazioni comunali che ci chiamano sono disposte a rimborsare le spese, non capiscono che  mettere su una rievocazione ha un costo.”
Venendo da una famiglia blasonata quando confidai loro di mettere su questo progetto ne
furono molto felici e mi diedero una mano.
A proposito, chiedo, c’è un sigillo o un simbolo che vi contraddistingue? 
I templari, spiega Sirio sempre sorridente, hanno tante croci. La croce adottata da noi si chiama “Croce Ottagona” o delle “8 Beatitudini” perché si rifà alle otto verità evangeliche e alle otto beatitudini, dietro ci sono due spade per i due cavalieri, due perché rappresentano l’aiutarsi a vicenda mentre la rosa nera rappresenta la donna.
Restiamo così, con l’augurio di bere (ma non per forza 🙂 ) una birra insieme

Sirio De Razza (secondo da destra, in abito nero) insieme il Gran Maestro Templare Stelio Venceslai (primo da destra)
Foto per gentile concessione di Sirio