Ho fatto un pezzo di strada per scendere a mare con una ragazza di Bivona poco più grande di me. mi ha chiesto se ancora scrivessi poesie. La mia adolescenza è un capitolo che vorrei dimenticare così, le ho risposto, scrivo ancora. Non le parlo del blog o del corso di sceneggiatura.
Adesso è più un esercizio, sto cercando di mettere su alcuni corti ed è davvero una tortura farlo senza dialoghi. I miei personaggi sentono il bisogno di comunicare qualcosa ma senza sguardi. Non avrei scritto se non avessi voluto dire qualcosa e devo imparare a farlo senza parole…
Dura, ma una bella sfida.
Mi accontento di mettere su alcuni corti per ora e due mediometraggi prima di gettarmi nella stesura di lungometraggi. Voler scrivere lo si fa sempre con l’ambizione di creare qualcosa di duraturo.
Nel Cinema (passatemi il termine altisonante) che vorrei c’è molta Calabria, quella Calabria fatta di persone comuni, pazze teste dure e spesso sopra le righe. Non voglio parlare di ‘Ndrangheta perché lo sappiamo esiste, c’è qui come altrove.
Non voglio cadere nel Cliché stra-abusato “ma ci sono anche cose buone”…
Mi piacerebbe coinvolgere alcune persone intervistate per questo blog, alcuni musicisti con cui vorrei parlare.
Che ci sia vino, spiagge (piratesche e poetiche). Qui le nostre strade sanno essere ottimi scenari.
Vorrei creare un piccolo pezzo di letteratura. Un paio di Gioiellini Cult, quelle storie che vedi ora, magari le riscopri fra sei o sette anni e il loro sapore è sempre uguale.
Forse ci sto riuscendo, attraverso una sceneggiatura, a trovare il mio modo di esprimermi. Di creare qualcosa per vivere, migliorare questo posto così scarno di un sacco di cose. Perché mi sono rotto le palle di questo posto così apatico, rassegnato a subire i pregiudizi cattivi. A esserne quasi orgoglioso…
Esser Calabresi non vuol dire solo avere la Cipolla di Tropea. Perché quella è una fortuna donataci dagli Dei che abbiamo tolto a calci in culo. Essere Calabresi vuol dire essere testa dura. Ma allo stesso tempo noi che dal nulla creiamo qualcosa…
ALESSIA VARZI, DISEGNARE PIACEVOLMENTE LE PROPRIE EMOZIONI
A “presentarci”, anche se solo virtualmente è stato Damix, amico di entrambi ma conosciuto in due fiere completamente diverse.
Nonostante viva a Roma da più di vent’anni, Alessia Varzi è una ragazza nata a Soverato il 23/09/1988 e non ha mai dimenticato il suo lato calabrese. Ragazza sorridente e con mille sfaccettature, da 6 anni è un’Artista autoprodotta anche se disegna da una vita.
La passione per il disegno e la lettura è nata molto tempo fa. Ho iniziato a dedicarmi alla stesura di fumetti quando mi sono trasferita, per studio, senza maimollarla, a Roma: all’epoca ha smesso di essere uno sfogo assumendo toni più seri. Piano piano, questo sfogo nell’arte è diventato sempre più una necessità.
Il mio fidanzato, come la mia famiglia del resto, hanno sempre sostenuto il mio lavoro. I miei familiari sono i miei primi fans, accompagnandomi in fiera e interessandosi sempre alle mie uscite.
Lo scoppio del covid e conseguente chiusura per me è stato un periodo tanto duro quanto importante. L’ho vissuto sola a Roma mentre la mia famiglia era giù in Calabria, ho perso il mio lavoro di assistente alle vendite.
Ne ho approfittato per “rinascere”, riprendere il disegno in mano seriamente
I suoi primi due libri fanno riferimento al webcomics “Joy”,striscia autoprodotta, a cui ha dedicato una pagina Instagram (che vi consiglio di vedere) e per ora due libri. Il primo è una raccolta di strisce sulle nostre emozioni quotidiane. Alessia ha preferito affrontare l’argomento con un tono piuttosto leggero per poterla godere fino in fondo. A questa striscia ha voluto dare un tono leggero perché, dice l’argomento era già impegnativo di suo.
Da Joy, come dicevo, ha tratto due libri: una raccolta di strisce, alcune già note ai lettori ma alcune inedite, e un “making of” dedicato alla realizzazione di quest’opera.
Un altro volume l’ho dedicato, racconta, all’intrecciarsi di musica&immagini, intitolato “Sad Song for broken heart”.
Questo volume, specifica, è una raccolta di 50 illustrazioni, ciascuna legata al brano musicale che l’ha ispirata. Accanto ciascuna illustrazione, mi spiega, il lettore trova lo spazio necessario per appuntare quale brano, secondo lui ha ispirato l’illustrazione
Certo, aggiunge, scrivo e disegno fumetti ma sono una character designer, sto collaborando a un videogioco, e mi piace prenderne parte perché è ambientato in Giappone, posto al quale sono legati i miei studi universitari
Mi piacerebbe allargare gli orizzonti. Crearmi anche i miei spazi in qualche fiera, perché no?, anche in
Calabria dove ne stanno iniziando ad esistere. Sono felice, dice, che questo fenomeno della fiera sia stato
sdoganato e stia prendendo piede quasi come fosse una realtà pure in Calabria. Un giorno mi piacerebbe
partecipare a qualcuna di queste fiere, quando capirò come organizzarmi bene
Qualcosa che mi disturba, oggi, nel mondo del fumetto, è l’abuso di IA. Cioè, ti siedi e dai due informazioni
ed eccoti il tuo fumetto… scusa, quello che davvero dà soddisfazione ovviamente oltre il risultato finale è proprio il processo di creazione. L’IA toglie questa soddisfazione regalandoci prodotti freddi, seppur a prima vista perfetti.
Progetti futuri? Il progetto “Joy” mi ha dato molte soddisfazioni, l’ammetto e vorrei dedicargli più spazio,
altre illustrazioni. Inoltre sto terminando una raccolta di tarocchi dedicati alle emozioni, vorrei terminarla
perché per ora ne ho “pubblicate” solo sei, ma comunque vedo che le persone ne restano affascinate.
Così ci salutiamo, restando d’accordo per una birra

Alessia Varzi, nonostante le “sad songs” sorride rilassata. Per gentile concessione
Gente d’Aspromonte, impressioni
Pubblicato nel 1930, è una raccolta di tredici racconti di stampo neorealista, piuttosto che della letteratura italiana è molto rappresentativo della “letteratura calabrese”. Alvaro ha vissuto l’adolescenza nella locride, un posto selvaggio&chiuso della Calabria che l’ha profondamente segnato e, anche se si è trasferito in età adulta a Roma non si è affatto disintossicato dalla Calabresità. Come Omero, in questo libro prova a coagulare tutte le voci ascoltate&vissute creando un’opera assoluta&eterna. Alvaro ha una scrittura, intesa come modo di esprimersi, che ritroveremo paro paro qualche decennio dopo in Gioacchino Criaco, ma è proprio questa frammentarietà in racconto a darci l’Impressione di un Omero attorno il fuoco a raccontare le sue storie.
Il primo racconto, “gente d’aspromonte” è quello che dà il titolo all’opera ed è anche il più lungo e, in parte il più importante. Non che gli altri non lo siano ma è quello a cui l’autore è più legato perché l’ha impegnato di più. Qui descrivere la vita dei pastori calabresi, con una fame addosso che li spinge a dimenticare d’essere brave persone e approfittare d’un montone smarrito per arrostirlo e farne festa, è una vita sacrificata la loro perché questo succede un paio di volte l’anno se va bene. In tutto questo, ci mostra i sacrifici del contadino e i guadagni del signorotto locale. Nonostante tutto qualche scena di dolcezza riesci a trovarlo, mi è piaciuta molto la scena finale dove un incendio appare come una punizione divina, ma che potrebbe comunque essere la vendetta di un latitante nascosto trai boschi.
E’ un lungo racconto corale, non va affatto preso come un racconto ma come un insieme di fotografie in prosa di un’epoca e di un luogo, qui Alvaro cambia spesso punto di vista senza avvisare, questa è una cosa che pesa un attimo vero ma ti spinge a leggere con più attenzione. Comunque, chi in un modo e chi in un altro qui ci appaiono come anime in pena.
Subito dopo abbiamo “la pioggia”, è una storia di una ragazza rapita dagli zingari, addestrata a chiedere l’elemosina. Qui ci mostra due tipi di scontro sociale, da un lato la ricca borghese e la zingarella e dall’altro lato la disperazione della donna vecchia&sposata che detesta la ragazza in quanto giovane che di figli non ne vuole affatto. Attimi di “patriarcato” (vattene che se mio marito mi vede con una zingara mi sgrida) perché allora, come oggi vince la cattiveria della guerra tra poveri stronzi. Ci sarà sempre chi è felice nello sperare che venga catturata una zingara che ha rubato anche se questo non è mai successo perché è infelice dentro e prova a rivalersi così.
Molto simpatico, invece è il racconto dove un principe indiano perde un rubino del valore di svariati milioni in un taxi arrivato dal nord America a Lamezia Terme. L’autista lo avrebbe trovato qualche anno dopo, non capendone il valore lo lascia al bambino per giocare come fosse una biglia, ricordando con affetto quando trovò una monetina da cinque lire a terra.
Ne “la pigiatrice d’uva” ci mostra la sofferenza di un bulletto di paese quando le lavoratrici hanno dimostrato interesse per suo figlio ed è pronto a ucciderlo. Da qui in poi ci in poi ci farà vedere più nello specifico cos’è “la gente d’aspromonte”
Romantica ci racconta la storia della figlia di un garibaldino di cui non sa più nulla. viene descritta come una ribelle perché vuole godersi la propria adolescenza, periodo in cui “le voci” le lasciano scoprire sia illegittima. Sua madre le confida sia stato l’unico uomo che abbia mai amato. “Romantica” ci parla di situazioni ancora attuali, di matrimoni “perché va fatto” che la società non ci vuole affatto zitelli&liberi&felici, che non importa poi che si dorma in camere diverse, portando nel cuore persone diverse da quelle con cui dividiamo il tetto. E scopri che sono questi gli amori, se non più puri quelli più sentiti: quelli che rileggi in lettere piene di errori
TERESITA invece è un racconto dedicato al patriarcato, dove il Capofamiglia, Ferro di nome e di fatto, chiama Signora Saveria la moglie, ironico ossequiarsi perché lei gli mette le scarpe e usa il pugno di ferro su tutti quanti. L’unica che pare addolcirlo è Teresita, la piccolina. Quando si sposa, ecco che accorgersi che il potere esercitato con una certa goduria pare sgretolarsi, non basta la ricchezza del marito per rasserenarlo. Così per apprezzare tutto e questo potere terreno non serve a molto quando la vita gli mette il conto davanti e Teresita muore di parto tra le sue braccia dopo che Ferro ha preteso da lei, anche dopo il matrimonio, che continuasse a svegliarlo alle 7 ogni mattina
Altro bel racconto è Temporale d’autunno, ci racconta di un pastore errante che all’improvviso viene colpito da un temporale e incontra una ragazza in una grotta e scoprono, nonostante non si conoscano di essere parenti. E di non conoscersi per colpa di una faida familiare. Lui in un colpo di fulmine si scopre innamorato ma lei ferma i bollori. “Se ci scopre mio padre, ci ammazza”
Invece nel racconto “le cornute” ecco l’ostentazione del credo, quella cosa nei piccoli posti è tutto tranne che vera devozione. Incurante di essere vista, la protagonista diventa ridicola. Gli uomini l’accompagnano per non lasciar sola la donna in pellegrinaggio intonando mentre lei non c’è canti sconci.
In “Cata dorme” ecco la disperata fuga da un istituto di due ragazzi, il ricco e il povero con la pena nel cuore di dover affrontare la famiglia al ritorno. Entrambi troppo piccolo quando partirono per apprezzarla, progettano di nascondersi da lei per qualche giorno, per far credere i genitori di essere spariti che “se in mezzo c’è una donna, è tutto più semplice” ed evitare cos’ le botte. Convinti stia dormendo, le tolgono gli abiti da dosso trovandola molto più bella dei ricordi. Però scoprono sia stata uccisa, forse per amore ed eccoli correre via dimenticando i propri piani, entrando così nel mondo degli adulti diretti alla Marina
Corrado Alvaro è un amante severo. Si legge l’amore per questa terra riconoscendone i confini e i limiti, soprattutto dell’epoca. È una terra di contadini e di emigranti pronti ad andarsene via in America, tornare qui sempre affamati seppur con qualche lira in tasca.
Come lunghezza, a farla da padrone è “gente d’aspromonte”, sulle sessanta pagine. Gli altri racconti si fermano sulla decina
E’ un verismo duro&crudo come poteva esserlo la calabria dell’epoca, Alvaro pare stare dalla parte del popolo quando scimmiotta il baronetto che pare sia un nobilotto con cappello&bastone, pare quasi una caricatura con il vestitino preso in giro dai ragazzi. Non usa due pesi, critica pure il patriarcato presente nel popolino, Alvaro lo sa che il suo è un posto di mentalità chiuso&disperato
La scrittura di Corrado Alvaro è tanto semplice quanto intensa, te li fa sentire vivi i personaggi, perfino i moscerini sull’uva appena citati. Nello specifico, ho trovato quel modo di esprimersi in Criaco come già detto, soprattutto nel suo Anime nere, nato qualche decennio dopo…
Cercare il proprio ruolo per puntare in alto: una birra con Giuseppe Cutrullà
Giuseppe Cutrullà è un ragazzo nato a Vibo Valentia, dove vive e lavora, il nove novembre 1983.
La passione per il cinema è nata quando ancora era piccolino, quando si divertiva a imitare i film che vedeva. Ha preso la decisione di fare l’attore perché emozionandosi pensava di far emozionare gli altri. Ho dovuto trovare, spiega i giusti compromessi perché ci tengo molto alla mia privacy e questo è un mestiere che ti spinge molto ad esporti. Forse per questo non ricerco molto la vita mondana e un certo tipo di fama, anche se apprezzo venga riconosciuto il mio impegno.
Per questo, mi piace venga riconosciuto
Sarà una questione di egocentrismo, spiega, ma lo faccio principalmente per me stesso. Al massimo, per la mia famiglia che mi ha sempre supportato.
Si, la mia famiglia ha preso abbastanza bene la decisione di voler fare l’attore. Avevo ventott’anni quando sono salito a Roma per frequentare la scuola di recitazione. Sapevo sarebbe stata molto dura, mi hanno detto prova e vediamo che succede, così per un certo periodo mi sono allontanato dal negozio di famiglia.
Sognavo fin da piccolo di diventare un attore però il mio approccio è cambiato molto con il corso del tempo perché come tutti, crescendo, sono cambiato. E’ il mestiere più bello del mondo e come tutti i mestieri i c’è bisogno dedizione e sacrificio.
Il primo giorno, l’insegnante di recitazione ci fece un bel discorso che ho accettato: Sarebbe stata dura, avevamo un lungo&duro lavoro da fare principalmente su noi stessi e sui vari metodi di recitazione.
Roma… Roma resta il luogo centrale in Italia dove il cinema lo puoi fare dopo averlo studiato ma anche qui, in Calabria, si può fare. Negli ultimi anni la Calabria è terreno di produzioni e ultimamente sono state girate alcune scene di film importanti, l’ultimo è stato uno sceneggiato su Sandokan. Esiste anche qui la gente che fa film. Certo, non è Roma dove è concentrato gran parte di tutto il cinema.
Trai più bei film girati al sud troviamo, credo, “il sud è niente” di Fabio Mollo, “Baharia” e “Anime Nere”
Il primo mio ruolo importante l’ho avuto in “Solo”, un film uscito su canale 5, è stata la prima produzione importante. Mi rammarico, dice, di non averla vissuta bene per via di un forte stato d’ansia e nervosismo, ma a posteriori posso dirlo sia stato bellissimo.
Trai miei registi preferiti ci sono: Virzì, Ozpetec, Marco Tullio Giordana. Come film… c’è ovviamente “i cento passi” e “venere in pelliccia di Polansky”.
Progetti futuri? Ho fatto un paio di provini. Vedremo come andrà mentre continuo a lavorare nell’attività di famiglia. Quando posso do una mano all’associazione “Altrove” di Vibo Valentia. Ragazzi splendidi e ambiziosi che si impegnano molto nel territorio.
E restiamo così, con l’impegno di bere una birra insieme

Giuseppe Cutrullà, per gentile concessione dell’Attore
Ugo Carella, Musicista Calabrese dal respiro internazionale
Ho avuto il piacere di ascoltare ma non vedere, impegnato in una reception, il “Carella Curcio Duo” e ammetto non sia stato poco. Ad attirare la mia attenzione è stata la loro cover di “Johnny B. Goode”, che nulla ha d’invidiare alla versione “Cover” dei Judas Priest.
Ma adesso torniamo a noi.
Esteticamente, mi ricorda molto Niccolò Fabi…Ugo Carella è un ragazzo calabrese nato il 28\06\1986 a Cosenza. In famiglia si è sempre respirata musica, principalmente ho sentito l’influenza di gusti dettatami da mio fratello e mia madre, a casa si sentiva molta “musica italiana”, mio padre suona la chitarra e già da quando ero in fasce mi suonava le sue canzoni preferite, il mio primo approccio a uno strumento l’ho avuto con un pianoforte. Mi sono iscritto pure a un’accademia per imparare a suonare bene. Ma poi…l’illuminazione l’ho avuta quando nel 2001, esisteva ancora MTV ed ecco apparire Carlos Santana con la sua “Maria Maria”. Fu uno shock positivo, fece nascere in un me quindicenne la passione per la chitarra. Me ne innamorai, ammetto fu uno shock positivo che in un anno mi fece imparare tutti gli assoli di Carlos Santana ad orecchio. Erano gli anni di MTV in televisione, del liceo, quando con un paio di amici formavamo la nostra cultura musicale esplorando le grandi rock band come i Pink Floyd, i Led Zeppelin. Mtv era un ottimo spunto, anche se dovevi starci attento perché c’era molto Pop alla Britney Spears, roba usa&getta.
Per me la musica è un fantastico viaggio, mi ha aiutato mille volte. Ammetto, aver avuto un bel rapporto con la musica mi ha riservato mille esperienze&avventure, mi ha aiutato positivamente quando pensavo di non farcela, mi ha fatto vedere posti e fare amicizie, mi ha fatto aprire a nuove collaborazioni.
Da passione, spiega, mi sento fortunato sia diventata un mestiere. Mi sono ritagliato questo spazio qui in Calabria e questo dimostra che ovunque tu vada, spiega Ugo, se fai il tuo lavoro con passione&impegno ce la farai ad emergere. Senza darla vinta ai vari pessimisti: c’è sempre qualcosa di bello ovunque tu vada per cui suonare.
La mia famiglia… sono stato molto fortunato, lo ammetto perché mi hanno lasciato libero nelle mie scelte, permettendomi di sbagliare. Gli sbagli servono per crescere.
Il progetto “Carella Curcio Duo” è nato a un concerto, suonavo la chitarra per Alessia Labate. Dietro le quinte ho conosciuto Danilo Curcio, intonando qualcosa insieme abbiamo notato ci fosse un ottimo feeling e di primo impatto viene fuori qualcosa d’impatto, abbiamo deciso così di “sperimentare la strada”. Abbiamo avuto la possibilità così di sperimentare molto.
A Cosenza non è una cosa usuale vedere gli Artisti di Strada, ma ammetto sia una bella esperienza. È bello suonare per tutti, dice perché fai anche esperienze strane come il vecchietto che si avvicina a darti la mano incurante che stai suonando. Ma non solo, qui nascono progetti e nascono amicizie. Abbiamo girato parecchio, suonando pure a Piazza Duomo a Milano, fatto qualche data in Germania. Con Danilo, ormai sono otto anni che suoniamo insieme, abbiamo suonato in parecchi contesti diversi tra loro, fatto molti festival. Io e Danilo abbiamo due modi completamente diversi di suonare, facendo un uso diverso del fingerstyle che fa diventare la chitarra un’orchestra e questo ci permette di riarrangiare in chiave acustica parecchia musica, dal jazz al rock.
Ci sono alcuni video nostri su youtube, uno di questi è stato notato dalla Holland America Line, una compagnia di crociera che ci ha proposto alcune serate. È stata una esperienza strana ma piacevole, eravamo gli unici italiani con 2000 americani.
Con Danilo, abbiamo registrato un cd intitolato Anywhere Acoustic
Tra le mie ispirazioni, ovviamente Santana, ma anche Clapton, Tommy Emmanuel (che ha innovato la chitarra acustica.)
Adesso mi sto dedicando a un progetto acustico, Arpa e Chitarra con una ragazza di Cosenza, Stefania Binetti. Reinterpretiamo acusticamente un percorso di ampio respiro musicale, da Morricone ai Coldplay. Io suono molto ad orecchio, quindi ho un approccio molto più rock rispetto i tecnicismi di Stefania. Ne esce un sound nuovo, tra il passato e il presente.
Un consiglio che vorrei dare è non mollare mai, abbi coraggio che i frutti arrivano.
E restiamo così, con la promessa di una birra

Ugo Carella (dal profilo fb per gentile concessione del Giovane Musicista)
Ragazzo di Vetro- Serena Maffia
Ragazzo di vetro è una piacevole raccolta di Poesie di Serena Maffia.
La prima cosa che noto, leggendolo, è il filo rosso che lega tutte le poesie. In musica, chiamiamo “Concept” quell’album che racconta delle storie e, vi prego di perdonarmi se il paragone risulta forzato o blasfemo, ma a me la struttura di “Ragazzo di Vetro” ricorda, da un punto di vista “tecnico” l’albo dei Maiden “7 son”. Non ci raccontano la storia di questo settimo figlio ma ogni canzone è un tassello messo apposta per presentarcelo e, proprio come i Maiden Serena Maffia ci presenta il suo ragazzo di vetro poesia dopo poesia.
Se c’è una cosa che adoro in Serena, è la semplicità del linguaggio che ben si abbina alle sue poesie, tra cui temi ci sono l’amore, il mare come luogo non solo estivo vissuto fino in fondo, e le atmosfere in un libro di poesie che paiono scritte con un approccio quasi per gioco.
A ben pensarci, per quel poco che ho letto ed è un bene per lei, Serena ha un approccio molto “da amica” con la scrittura, come se fosse un posto sicuro, dove cui si sente a proprio agio. Adoro questa sensazione, forse perché sono cresciuto in un paese di mare, questa scrittura che nasce, senza per forza darsi un tono falso e altisonante da poetuncola distratta, in paesi di spiaggia. L’apice lo trova in una poesia dove parla di eros e masturbazione senza atteggiarsi da “Alda Merini degli sciancati” o peggio “la nuova Bukowski”, anzi mantiene un tono composto senza cadere nel volgare o sfociare nell’eros…
Accenniamo alle poesie…
“Ragazzo di vetro” è un “personaggio” che torna. O meglio, avremo ancora questa sensazione in altre due poesie. Soprattutto rappresenta in questa poesia l’idealizzazione amorosa di una ragazza. La vera forza della poesia sta nel finale, con un paio di rime forzate, ci riportano alla realtà. Ritorna più volte, con la fragilità trasparente di un pensiero, questo ragazzo di vetro, riccioli&pensieri, un abbraccio dolce come quello di Mamma quando ti addormenti tra le sue braccia e ti perdi nell’azzurro dei suoi occhi.
“Ora” parla della malinconia di un amore perduto. Parla, con il senno di poi, come piacerebbe viverlo ora che saprebbe come fare ad affrontare quelle carezze.
Guardando quel mare, presente in tutto il libro mentre scrive “sola”, ho la sensazione è che questo libro è stato scritto davanti sempre la stessa spiaggia. D’estate quando vi sono i tramonti e d’inverno quando il paese è vuoto e il paese diventa così il posto ideale per uno scrittore. Trasmette calma a Serena non importa. Va bene così perché lei la tempesta ce l’ha dentro…
In sintesi, per tutto il libro (48 poesie) Serena ci parla del suo rapporto d’amore con il mare e con un ragazzo che è meglio resti idealizzato con la stessa naturalezza con cui si lava la macchina niente eros forzato e niente volgarità. Tra birre al tramonto al bar in spiaggia bevute con gli amici, dove abbiamo il coraggio di scrollarci da dosso inutili pressioni sociali. O meglio, la sensazione che dà è di voler ricordare quelle sensazioni, le sta scrivendo in un paese di collina, in autunno, dove quel mare vissuto d’estate lo vede da lontano ma che è facilmente raggiungibile in cinque minuti. E tutto così semplice, lineare&bello, come il rapporto con quel ragazzo di vetro.
Che ci descrive ma che non ci fa vedere.
Consigliato
La Sua Ragazza-Serena Maffia
Che Simpatica Scoperta, questa Scrittrice a cui mi avvicino, questa volta leggendo questo libro sottile ma piacevole davvero 🙂
Ho sempre pensato che le donne, sia nel corpo che nello spirito siano molto più poetiche degli uomini. Credo che il massimo di questa poesia si manifesti nell’amore omosessuale e vi prego di non vederla come una semplice perversione maschile.
Anche se avevo letto alcuni manga, questo è il primo romanzo che tratta di donne omosessuali.
“La sua ragazza” è un breve quanto simpatico romanzo di Serena Maffia che, senza forzamenti di alcun genere ci porta con leggerezza&ironia nella vita “franatica” di Francesca detta Frana.
Questo personaggio, non vorrei sembrare ripetitivo, è molto dolce e sta vivendo il suo momento di crisi esistenziale. Innamorata del mito di Narciso in maniera così ossessiva da rovinare perfino momenti d’intimità.
Nonostante la sua testa fra le nuvole, è una bravissima ragazza.
Si apre con Frana, come si potrebbe aprire una qualsiasi storia d’amore da manuale, resta in moto sulla Flaminia. Grazie a un energumeno, Yeti, conosce Roscio, un tipo conscio delle sue abilità di meccanico. E’ una domenica mattina, quando Frana tornerà in settimana a ripagare o semplicemente ringraziarlo incontrerà Roscio “in intimità” con Anna, la sua ragazza.
Di cui, Frana s’innamora.
Serena ci accenna che ci si ama per noia&abitudine, in un racconto a modo suo ribelle perché è una storia sullo scoprirsi anche se si è consci di se stessi. Serena usa toni innocenti anche quando si vive un momento poco innocente, nel desiderare anche se ha una donna la donna altrui e finirà in una camera con Roscio.
E tutto perché da quando c’è stato un fraintendimento, quel che appare come un bacio di una donna sbronza fa si che le due coppie vengano distrutte e le due “ex” fanno un regalo a Roscio e Frana, facendoli finire in un albergo di Venezia dove, non mi sarei di certo aspettato finisse così, Frana s’innamora di Roscio perché va a scoprire l’opposto del proprio sesso. Scopre se stessa, con sensazioni&prospettive. In un finale, almeno per me, inaspettato capiamo ci si scopre giorno per giorno anche quando diamo tanto di scontato nella nostra vita. E che l’amore è una prospettiva, la prospettiva giusta ci spiega Serena.
Però qui mi è sorto un dubbio, bellissimo finale, ma Francesca detta Frana è una frana davvero 🙂 quanto tempo c’ha messo per capire cosa possa volere dall’amore? Soprattutto “chi” vuole amare?
C’è una scena, la scena della “svolta” in cui le due ragazze, Anna e Frana sembrano baciarsi mi è sembrata un poco troppo tirata. In tutto il romanzo, mi è sembrata l’unica scena non davvero sentita o vissuta, segno che Serena non ha mai vissuto situazioni del genere. E dico questo perché in tutta la stesura, la scrittura ha una leggerezza che ci fa capire quanto l’autrice si sia divertita a scrivere, Serena non ha un approccio pesante o moralistico che possono avere certe opere di sti tempi ma piuttosto s’immedesima nel suo personaggio, come se Serena fosse anch’essa una frana nella sua quotidianità. Frana ha mille sfumature che viviamo insieme a lei, Serena avrà vissuto i suoi stessi tormenti ma in maniera diversa.
Un’altra cosa che ho apprezzato, traspare durante la narrazione, una sorta di sensazione. Che ho percepito in Fight Club di Palahniuk. Mentre Chuck però era mosso dalla rabbia che trasudava dalle sue parole, qui Serena ci mostra tutto il divertimento che c’è stato fin dall’inizio.
E’ una scrittura semplice, come già detto, da cui traspare tutta la passione di Serena per Rock&Grunge che non è mai stressante come in altri autori. A stupirmi, a un tratto c’è stata una citazione di Frank Miller (Da “una donna per cui uccidere”) che non mi sarei mai aspettato, soprattutto in una scena omosessuale.
Però ammettiamolo, la leggerezza della lettura non vuol dire banalità. La profondità del personaggio eccola arrivare a metà romanzo, con i suoi ragionamenti profondi, sulla caducità dell’amore proprio mentre lo si fa. Sta facendo un punto, accettando possa esser finito tra lei&Eva se sta facendo sesso e pensa a un’altra donna…Qui ho avuto la sensazione che Serena abbia vissuto l’attesa di una risposta da parte di una donna…
Comunque, in sintesi questo romanzo è molto piacevole. Scorre e lascia ottimi spunti di riflessione, scritto bene.
Consigliato
Adele Rombolà, Attrice “Mediterranea”
Adele Rombolà è un’attrice che nasce a Tropea nel 1978.
Ho incontrato il teatro nei corridoi universitari, trovando in bacheca l’annuncio di un mio docente di Architettura, Renato Nicolini che insieme la sua compagna, l’attrice Marilù Prati, stavano dando vita ad un laboratorio teatrale universitario, ed invitavano i ragazzi della Mediterranea ad un primo incontro al teatro Politeama “Siracusa” di Reggio Calabria.
Quella di fare teatro, dice, non è stata una decisione bensì una casualità che si è trasformata in passione e necessità personale. Ho avuto sempre un’indole creativa, da bambina adoravo disegnare e, alla fatidica domanda “cosa farai da grande?”, rispondevo “la Stilista!”, ma ho intrapreso studi scientifici influenzata dalla famiglia che, desiderando il mio bene, avrebbe preferito uno sbocco professionale sicuro.
Iniziando a fare teatro, mondo totalmente sconosciuto fino allora, pensavo sarei riuscita a conciliare questa nuova passione con gli studi di Architettura. Ma più mi ci addentravo, in questo nuovo percorso piano piano mi allontanavo dall’obiettivo che mi aveva portato a Reggio Calabria, ossia la laurea in Architettura.
È un mestiere che ti fa vivere nell’incertezza, quindi mi ritrovo ogni giorno a rinnovare questa scelta, ma oggi la faccio con fermezza e senza più esitazioni. Scelta cementificata durante il primo lockdown.
Non ho avuto una formazione accademica, ma mi sono formata all’interno di un vero teatro (una grande fortuna oggi, che i teatri chiudono cambiando destinazione d’uso), lavorando con professionisti del settore, in ogni ambito della messiscena teatrale.
Consigli di fare teatro in Calabria? Dovresti chiedermi se consiglio di fare teatro! Di sicuro, il Covid ha peggiorato una situazione già di suo non rosea. Per questo, come ti ho già detto, scegliere di farlo è una necessità personale. Per quanto mi riguarda, posso dirti che la Calabria è ricca di piccole realtà che lavorano con grande fatica, le loro produzioni indipendenti danno un forte contributo sociale al territorio.
Hai mai fatto cinema? Si! È un’esperienza maturata già in teatro, per alcuni spettacoli ci siamo serviti della “video-arte” e di riprese cinematografiche esterne. Oltre questo, parallelamente al teatro ho lavorato per produzioni sia televisive che cinematografiche.
Andresti a vivere a Roma dove ci sono più possibilità? Un tempo pensare di trasferirsi aveva senso ma oggi l’idea non mi sfiora più, perché dovrei? Se ci pensi, molte produzioni stanno scoprendo la nostra regione. Se un set con relativo cast può venire in Calabria, perché io in quanto attrice non posso andare a Roma per quel breve periodo, giusto per la lavorazione del film? Ormai è risaputo che, da anni, la Calabria è meta di produzioni italiane ed estere, inoltre noto facciano capolino pure produzioni calabresi ma quel che mi fa rabbia è il potenziale artistico sprecato della Calabria perché le produzioni arrivano con un cast già formato. La nostra regione si presta bene a essere un set cinematografico e viene valorizzata solo paesaggisticamente, gli artisti, ossia gli attori, restano relegati ai margini di ciascuna produzione, sia locale che esterna.
Quando le chiedo quale sia lo spettacolo a cui è maggiormente legata, lei mi risponde sia impossibile sceglierne solo uno. Piuttosto deve elencarne quattro e per ciascuno mi da una motivazione, soprattutto intrisa di affetto:
1) 2002, “Nozze” di Elias Canetti. Regia di Renato Nicolini. Teatro Politeama-Siracusa di Reggio Calabria. È lo spettacolo con cui ho debuttato a teatro, oltre ad essere lo spettacolo con cui ha debuttato quella che poi è diventata la mia compagnia: Mediterranea Teatro.
2) 2012 “Pirandello-Drei” di Renato Nicolini da “Vestire gli ignudi” di L. Pirandello. Regia di Renato Nicolini e Marilù Prati. Teatro Politeama-Siracusa di Reggio Calabria. È l’ultima drammaturgia scritta dal nostro direttore artistico-regista e drammaturgo. L’ultimo splendido regalo fatto prima di lasciarci.
3) 2011 “La brocca rotta a Ferramonti” di Francesco Suriano (tratto da “La brocca rotta” di Heinrich Von Kleist), regia di Francesco Suriano e Renato Nicolini, Teatro Sybaris, Castrovillari (Cs). Prima Nazionale per “Primavera dei teatri” XII edizione. È uno spettacolo che ho amato moltissimo, non solo per la bellezza dello spettacolo in sé e perché eravamo in uno dei festival più importanti, ma per il percorso che ci ha portati al debutto e che ha rappresentato uno dei periodi più felici della mia vita, in cui mi sono sentita realizzata come attrice.
4) 2018 “Interrogatorio a Maria” di Giovanni Testori, regia di Walter Manfré, Clan Off Teatro, Messina.
Walter Manfrè era un regista che stimavo molto per i modelli e metodi di interpretazione propri del suo “Teatro della Persona”. Desideravo da tempo conoscerlo e lavorare con lui, quando si presentò l’occasione nel 2018 realizzai un sogno. Questo è stato un altro dei periodi più felici della mia vita anche per il rapporto umano creatosi con Walter e i miei colleghi.
Progetti futuri? Dopo la morte del direttore artistico Renato Nicolini, avvenuta nel 2012, con Mediterranea Teatro siamo andati avanti fino il 2015 ma poi ognuno ha preso la propria strada. Oggi, svolgo la mia professione autonomamente, sono aperta a collaborazioni con altre realtà sia nel settore del teatro che nel cinema. Sai, più ami il tuo mestiere e più cerchi di approfondire e ampliare le tue competenze anche in ambiti diversi ma collegate comunque alla recitazione, per esempio negli ultimi tempi mi dedico all’acquisire competenze nell’ambito della creazione di contenuti audiovideo e del doppiaggio. Mi sto dedicando alla stesura di una mia prima drammaturgia, quando sarà pronta ne parleremo.
Così restiamo in contatto per un’altra chiacchierata.
linktr.ee/adele.rombola.actress

Dal profilo fb dell’Attrice, Adele Rombolà
Per gentile Concessione
PAOLA “ECOART” SICILIANO, COME RITROVARSI NELL’ARTE FIN DA BAMBINI
“Paola Siciliano indossa con naturalezza, come fosse una giacca, la sua solarità proprio come sanno fare gli artisti, arriva puntale al bar dove ci eravamo dati appuntamento
Paola. una ragazza nata nel 1975, ha trascorso la sua infanzia in una frazione di Sorianello, Savini. Un paesino di montagna, spiega, immerso nelle serre calabresi, dove ai tempi non avevamo neanche una piazza. Ti faccio questa piccola premessa, spiega perché è in questo contesto di montagna che si è sviluppata la mia creatività e il mio rispetto per la natura.
Sono stata sin da piccola una creativa: da bambina costruivo i giocattoli per me e per i miei fratelli con tutto ciò che trovavo, dalle macchinine di legno alle bambole di stoffa, passando per le slitte divertendoci così a scivolare sulla neve, fino ai vestiti per i nostri piccoli spettacoli tra bambini.
Crescendo la scelta della scuola è finita in questa direzione, mi sono diplomata come “Stilista di Moda”. Ho avuto la fortuna di avere due insegnanti fantastiche, Aurelia Barbieri e Stella Potenza, due donne formidabili oltre ad essere due grandi artiste. Se ho iniziato a dipingere, spiega, è perché sono state loro a farmi innamorare di spatole, pennelli e colori.
Negli anni il mio nome d’arte è divenuto Paola EcoArt. Con EcoArt ho sempre voluto sottolineare il mio modo di “Operare” nell’arte attraverso la regola delle “Tre R”: Riduci, Riusa,Ricicla. Il mio motto è: Tutto ha un’anima, basta saperci guardare dentro. Una cosa che adoro fare, quando trovo un oggetto in disuso è andare alla ricerca della sua anima, perché in ogni cosa possiamo trovarla e ridargli così una nuova vita.
Ricicli anche quando dipingi? Certo, e non solo, dice. Spesso dipingo sostituendo le tele con pezzi di MDF recuperati negli smaltimenti. Per i colori, invece, vado da degli amici che hanno colorifici e recupero le vernici di scarto. Ovunque c’è un’anima, ci tiene a specificare, io provo a ridarle vita
Come vedi, chiedo, la situazione dell’arte? A Vibo il messaggio di ogni artista viene spesso sottovalutato. Io ci tengo al mio messaggio. Mi piacerebbe, non lo nego che crescesse un vero interesse verso esso.
Vedo la Scuola come un potente alleato, dove poter creare laboratori. In un mondo che va solo verso il digitale, secondo me è fondamentale far risvegliare nei bambini la creatività, la padronanza dell’uso delle mani ed il rispetto per l’ambiente. Se si creasse più spesso questa sinergia tra scuola ed artisti, ne usciremmo tutti più arricchiti. Attraverso i bambini, dice, possiamo fare tanto e te lo dico perché in passato, grazie alla sensibilità di una dirigente scolastica abbiamo creato un piccolo progetto chiamato “estate a scuola”. Questa esperienza la porto nel cuore. Ricordo la gioia dei bimbi che a casa, dopo i laboratori, creavano le loro piccole opere, ricavandole da oggetti altrimenti buttati, è stato per me davvero un momento di felicità, e di consapevolezza, nulla è perso, possiamo fare tanto per le nuove generazioni e per il nostro pianeta ma bisogna cooperare.
Così lasciamo in programma un secondo caffè
(pagina Fb di Paola Ecoart)
https://www.facebook.com/PaolaEcoArt?mibextid=wwXIfr&rdid=aE0DgbKQmgbXmhsL#

Foto di Paola “EcoArt” Siciliano, per gentile concessione
La ROSA NEL BICCHIERE-Franco Costabile
Un libro di Poesie spunta trai libri di mio padre, lo leggo con una certa avidità. Si tratta di “La Rosa nel bicchiere” di Franco Costabile, Figura tormentata della Poesia Calabrese.
Quello che ho tra le mani però è un condensato, una raccolta di opere di Costabile. Credo ci sia però solo una parte dei libri citati però comunque mi ha permesso di avvicinarmi e scoprire una Calabria non molto diversa da quella di oggi ed è una terra a cui è molto legato. Costabile è origine di Sambiase, cittadina del Golfo.
La prima cosa che ho notato è stata la scrittura elegante. Il titolo ci riassume esattamente lo spirito colto dal libro di Costabile, nei paesini che non vivono vicino al mare (o almeno, l’ho visto spesso fare al paese della mia Nonna Materna, che non è però Sambiase) c’è questo gesto semplice per abbellire i davanzali, una rosa in un bicchiere d’acqua. In quest’opera non abbiamo affatto la Calabria da Cartolina che possiamo immaginare dalla balconata di Tropea ma quella piuttosto vissuta nei paesini che il mare non lo vedono affatto, vivono tra gli ulivi e che Costabile cita spesso. Ma gli ulivi non sono affatto idilliaci, sono posto di sofferenza per le ragazze, piacere per i proprietari, l’uomo che stupra e la donna che cresce figli Tra gli ulivi si nascondono ‘Ndrangheta&Bulli, matrimoni riparatori dopo uno stupro, un paio d’orecchini per scoparsi una ragazza quando non la si vuole stuprare e la si compra così. Ma è anche terra del personaggio saggio&silenzioso che non ne parla ma non gli sfugge nulla, del devoto che lascia il tutto alla chiesa. E questa vita semplice&povera è sempre lontana dal mare.
E’ la vita del paesino, quasi un Deandrè AnteLitteram nei suoi vicoli dove il sole del buon dio non manda i suoi raggi. Quei paesini dove tutti hanno la fortuna di saper zappare e vanno via in cerca di meglio, qui chi muore lascia la vigna al prete e la ‘Ndrangheta ingrassa con la cassa del mezzogiorno.
Lo fa ancora oggi che non esiste….
Costabile è un’anima inquieta&tormentata, alla perenne ricerca di risposte&serenità che troveranno senso in un suicidio alla canna del gas.
Costabile nonostante sia andato via, si sente sia calabrese fino il midollo. Ci parla di quella Calabria che non cambia mai, nonostante i governi che lasciano per volontà le cose così, rigoli neri e il pane venduto a credenza. Costabile ha vissuto l’epoca nera delle faide, che non nego anche qui (soprattutto il Costabile di “Apologia” mi fa pensare all’ultimo Deandrè, quello di Desamistade. Con eleganza ci descrive questo martirio che dura ancora oggi che non ci fa avere sfiducia nelle istituzioni e quasi ci fa piegare a novanta gradi, nonostante la pulizia di Gratteri Quasi con ironia ci dice con aria di scherno che non è la Calabria dei villaggi turistici: in Sila, sciolta la neve viviamo con i lupi. Quella Calabria che dice Addio ai suoi figli, un’emorragia più che un’emigrazione dell’andare via contro voglia perché qui per scaldarti fai figli su figli e quando però di figli ne hai fatti troppi, ecco un’altra immagine semplice come la rosa nel bicchiere: papà diventa un fantasma, papà è la cartolina all’anta della credenza e quasi senti la presa in giro: baci, abbracci e va cogghi vovalaci.
Notavo, nel libro alcune poesie postume, di certo legate all’ultimo periodo prima del suicidio, una certa vitalità, un incoraggiamento a prendere coscienza. Come se avesse imparato a nascondere in quelle botte di vita, tutta lasua frustrazione&malessere che l’avrebbe poi portato al già citato.
Piano piano, ho notato che con il pubblicare delle opere Costabile allungasse i propri componimenti, da epitaffi a vere e proprie fotografie
In tutta l’opera, ecco una crudezza che emerge prepotente tra versi eleganti e semplici da leggere. Dettata dall’ambiente. E’ venuto molto prima però ammetto sarebbe piaciuto molto anche a loro, credo mi ci faccia pensare a un Bukowski e un Deandrè (già detto, ante litteram…) cresciuto in ambienti diversi per il suo approccio alla poesia.
Leggetelo!
Processo a Jim Morrison-Serena Maffia
Presi il libro, alcuni anni fa, attratto molto dal titolo senza sapere a cosa andassi incontro e senza conoscerne l’autrice.
“Processo a Jim Morrison” è una breve raccolta di testi teatrali (uno, “Ilaria Vuole” è più un monologo, se vogliamo dirla tutta). Due atti unici di Serena Maffia, una piacevole lettura che spero di vedere messa in scena prima o poi.
Si apre con “Processo a Jim Morrison”, atto unico che dà il titolo e qui, più che un processo vero&proprio abbiamo un surreale dialogo tra due “resuscitati per l’occasione”: James Douglas Morrison e Pamela Courson che ripercorrono, nella casa dove sarebbe poi morto Jim Morrison, gli ultimi mesi di vita della Rock Star, il suo cosiddetto periodo parigino in una stanza di Rue de Breteulle.
Serena non ci mostra l’iconico Jim Morrison, il magro capellone delle foto a braccia aperte in pantaloni di cuoio ma lo sciamano barbone in maglione con scollo a V. Non il Dionisio del Rock che ci saremmo aspettati, di quello si è ampiamente parlato e si è idolatrato parecchio, quello di cui si parla davvero sempre poco è il Jim Morrison Poeta, animo tormentato. Un uomo tormentato anche nel suo rapporto con Pamela.
Dicevamo, non è proprio un “processo” piuttosto è un dialogo tra due anime tormentate, un’analisi che sintetizza bene l’Icona Rock che è stato, e continua a essere Jim Morrison a più di 50 anni dalla morte.
Senza nascondere il lato selvaggio, la testa di cazzo che Jim Morrison sapeva essere quando beveva. Anzi, ci viene mostrato quanto potesse essere selvaggio senza renderlo un tamarro o giustificarlo.
Serena ricorda quel che molti dimenticano, ed è una cosa che ho apprezzato parecchio, ossia che Jim Morrison si è trovato catapultato nel mondo della musica quasi per sbaglio, per lui era solo un posto di passaggio. In sintesi, un poeta arrivato alla musica per caso e alla morte rincoglionito e tutto questo con una ragazza, quella notte, messa male dalla droga, peggio di lui.
Serena, in questo breve dialogo proprio per questo relega i Doors a una semplice citazione che, se non fosse stata necessaria ne avrebbe fatto tranquillamente a meno, concentrandosi poco sulla rock star testa di cazzo e molto sul poeta fragile&ribelle che in fondo Jim era. Qui, il finto pompino fatto alla chitarra di Krieger non ci interessa affatto. Serena ci fa capire che se Jim fosse sopravvissuto, LA Woman sarebbe stato comunque il suo ultimo albo con loro: così ultimo che scappò a Parigi senza sentirlo finito.
Ci parla del suo rapporto con gli eccessi, di come odiasse Pam quando si rincoglionisse con l’eroina, di come lei lo odiasse da ubriaco. Pam e Jim sono due personalità simili vissute in maniera diversa, due pescatori, uno saggio e uno pionieristico e questo li fa tormentarsi. Non dimentichiamo il rapporto, fino i 22 tormentato e poi assente, con gli ingombranti genitori. E per loro di un ingombrante figlio, una volta morto si preoccupano di cambiarne la lapide perché piena di messaggi da parte dei fan.
Questo lato di Jim Morrison è stato colto benissimo da Serena, è proprio il Jim che ti aspetti di vedere, il poeta pionieristico tanto ribelle quanto contradittorio, il pazzo che tormenta Pam proprio perché l’ama e tutto questo senza cadere mai nella pesantezza. L’opera si legge bene e scivola, come il buon whiskey nella gola di Jim.
Ammetto mi piacerebbe vederla dal vivo, soprattutto quando Pam “sparisce di scena” per descrivere il “Jim Avvoltoio” che si presenta a casa di un’amante, la moglie del manager, lo stesso pomeriggio in cui i due decidono di divorziare.
Per un attimo, oltre le varie battute di martello abbiamo una specie di processo. Ovvero, Pam che battendo il martello incalza Jim con alcune domande ed è l’unica “sentenza” che ci troviamo davanti. Jim risponde, è innocente: non si definisce un drogato e un esaltato. Ma un tipo che crede nel senso profondo di ogni cosa.
Jim, da buon immaturo, scappa dalle definizioni.
Ricordiamolo: Jim Morrison muore il 3 luglio 1971 a Parigi, ed ecco che Serena ci mostra tutti i dubbi riguardo la sua morte. A Parigi, era scappato anche dalle sue responsabilità: voleva smettere di bere e vivere di Poesia, una sorta di vita idealizzata: Jim il Poeta e Pam la Musa.
Alla fine, viene il tragico però. Nonostante Jim, o il suo spirito siano qui con noi, i suoi ultimi momenti restano un mistero che ci permette ancora di credere alle leggende. Serena con semplicità ci restituisce la drammaticità dell’ultima notte di Jim quando tutto finisce. Con la sua voce gelida e Pam che proprio non ce la fa a stargli vicino. Citando una poesia di Jim va via, lasciandolo morto nella vasca.
Dissolvenza in Nero…
E poi… poi arriva il “Secondo atto unico” dell’opera, dal titolo “Ilaria Vuole”. È un monologo, molto più breve rispetto quello di Jim.
In una cucina semplice, una ragazza in abbigliamento casalingo piange un uomo che non c’è più. È una romantica sognatrice, o ce lo fa credere, che lamenta il dolore per aver sprecato il suo amore, è stata una donna che cercava l’amore in uomo che l’ha ferita, sedotta ed abbandonata. Ma la fine di un amore è un qualcosa che ci fa aprire gli occhi, e ci mette in condizioni di porci nuove domande per aiutarci a crescere.
Qui Serena ci mostra Ilaria, una ragazza che si aggrappa alla vita chiedendosi perché il dolore faccia male, parlandoci d’amore ed incertezza, del vuoto che una persona amata lascia andando via, lei che ora vede cattiva.
Ilaria è una ragazza fragile che cercava in un lui delle certezze che non poteva affatto darle, se non del buon sesso, a lei che lo amava follemente. Una ragazza che adesso ritorna alla realtà rivedendo in se stessa la bellezza che l’amore le dava, arrabbiata si getta nell’alcool. Cercando comunque un appiglio alla vita, per rinascere in un periodo difficile. A salvarci arriva l’ironia, che si dimostra lla base di tutto. Perché ti sei innamorata di lui? Perché aveva il membro grande…
Ma forse per non venir meno all’ironia, ci si dovrebbe domandare cosa ti aspetti da un rapporto del genere. Che il tizio resti con te a orgasmo raggiunto?
Ma Ilaria non si lascia fare altre domande e va via. Dissolvenza in nero.
In Sintesi, questo libro è stato una lettura piacevole, seppur breve. Serena è molto diretta, non ha fronzoli e dice quel che vuole dire direttamente. Sarebbe anche piacevole vederli messi in scena, anche se ne uscirebbero due brevi rappresentazioni. Comunque, consigliato

Devi effettuare l'accesso per postare un commento.