Ho fatto un pezzo di strada per scendere a mare con una ragazza di Bivona poco più grande di me. mi ha chiesto se ancora scrivessi poesie. La mia adolescenza è un capitolo che vorrei dimenticare così, le ho risposto, scrivo ancora. Non le parlo del blog o del corso di sceneggiatura.
Adesso è più un esercizio, sto cercando di mettere su alcuni corti ed è davvero una tortura farlo senza dialoghi. I miei personaggi sentono il bisogno di comunicare qualcosa ma senza sguardi. Non avrei scritto se non avessi voluto dire qualcosa e devo imparare a farlo senza parole…
Dura, ma una bella sfida.
Mi accontento di mettere su alcuni corti per ora e due mediometraggi prima di gettarmi nella stesura di lungometraggi. Voler scrivere lo si fa sempre con l’ambizione di creare qualcosa di duraturo.
Nel Cinema (passatemi il termine altisonante) che vorrei c’è molta Calabria, quella Calabria fatta di persone comuni, pazze teste dure e spesso sopra le righe. Non voglio parlare di ‘Ndrangheta perché lo sappiamo esiste, c’è qui come altrove.
Non voglio cadere nel Cliché stra-abusato “ma ci sono anche cose buone”…
Mi piacerebbe coinvolgere alcune persone intervistate per questo blog, alcuni musicisti con cui vorrei parlare.
Che ci sia vino, spiagge (piratesche e poetiche). Qui le nostre strade sanno essere ottimi scenari.
Vorrei creare un piccolo pezzo di letteratura. Un paio di Gioiellini Cult, quelle storie che vedi ora, magari le riscopri fra sei o sette anni e il loro sapore è sempre uguale.
Forse ci sto riuscendo, attraverso una sceneggiatura, a trovare il mio modo di esprimermi. Di creare qualcosa per vivere, migliorare questo posto così scarno di un sacco di cose. Perché mi sono rotto le palle di questo posto così apatico, rassegnato a subire i pregiudizi cattivi. A esserne quasi orgoglioso…
Esser Calabresi non vuol dire solo avere la Cipolla di Tropea. Perché quella è una fortuna donataci dagli Dei che abbiamo tolto a calci in culo. Essere Calabresi vuol dire essere testa dura. Ma allo stesso tempo noi che dal nulla creiamo qualcosa…
FRANCESCO BENIGNO, OSSIA theB3N, UN GENTILE RIBELLE
No, non stiamo parlando del bravissimo attore di “Mery Per Sempre” ma di un ragazzo che sta trovando la sua strada artistica attraverso il rap.
Francesco Benigno è un ragazzo nato a Cosenza nel 1997 che sta muovendo i primi passi nel pericolosomondo della musica rap
Francesco è un ragazzo che proprio non ce la fa a stare fermo. Mi considero una persona molto timida manon permetto mi possa fermare davanti al pubblico. Anzi, per ora sto lavorando molto sul passaprolaSpirito creativo, personalità molto pratica, si considera un ribelle che non ama troppo il controllo e averetroppa supervisione. Questa vena artistica si è sviluppata negli ultimi due anni, quando vivendo unmomento delicato ha iniziato a scrivere. Scrivendo&cantando, spiega, sta nascendo anche la necessità diimparare a suonare. L’arte, mi spiega, può aiutarti a togliere fuori i macigni pesanti che ti porti dentro.Certo, aggiunge, esprimersi qui è difficile. Vivo in un ambiente particolare, non è il mio ambiente preferitol’ammetto, anche se vivo qui da 15 anni. Prima stavo ad Asti ma ci riuscirò.
Con il mio nome d’arte, theB3N che nasce dal mio cognome, ho pubblicato una canzone e ne sto pubblicando una a breve. Attraverso la mia musica parlo del mio vissuto “del mio periodo no”.
Ma mi piace usare toni più leggeri ma riflessivi come in “Donne”. “Donne” viene percepito come un pezzodivertente, c’è stato solo un riscontro negativo da un amico. Molti pensano che quel che faccio però non siadavvero il massimo. Ma ultimamente è cambiato il contesto musicale in genere, prendi le canzoni d’amore,spiega, non tirano se non ci metti qualcosa di trasgressivo. È questo che mi ha spinto a scrivere qualcosa di diverso. Ho scritto anche un pezzo contro la violenza sulle donne, ma non è il mio genere l’ammetto. Sappiamo non sia facile fare musica in Calabria ma sto facendo un percorso personale con una scuola dicanto. La mia famiglia mi ha sempre sostenuto, mi incoraggia nonostante l’ambiente.
Si, certo che si può fare musica in Calabria. Se hai gli agganci giusti o resta complicato come in tutto ilmondo. Se non hai agganci non te lo consiglierei.
Attraverso la musica, il messaggio che vorrei lanciare è che non devi essere per forza famoso per fare odescrivere qualcosa di bello. Puoi creare comunque un dialogo. Non aspiro a essere il prossimo Fedez
Progetti futuri? Si, ce ne sono ho intenzione di girare il mio primo videoclip ed aver registrato nuovi brani.
Andare in questa direzione e creare sempre roba abbastanza valida…E restiamo così, promettendoci una birra

TheB3N, per gentile concessione
Come una plasmatrice di Passioni: Chiara Montebianco Abenavoli
Chiara Montebianco Abenavoli è una ragazza nata a Gioia Tauro il 14 aprile del 1993,e fin da bambina ha avuto il sogno di diventare un’artista. Sogno che oggi ha preso una forma precisa.
Chiara si definisce una ragazza semplice, questo amore per l’arte si è manifestato presto attraverso il disegno, piccole creazioni. Ma è nel plasmare la materia che trova davvero il modo di esprimersi.
Dopo aver frequentato l’Istituto d’Arte, a Palmi e aver conseguito la laurea all’Accademia di Belle Arti di Brera, il suo percorso ha trovato una svolta decisiva, legata a un materiale antico: l’argilla.
“Ho iniziato a lavorare l’argilla quasi per gioco”, racconta Chiara. “Dopo la laurea, tornata a casa, ho seguito un corso per ceramisti a Palmi. L’argilla mi ha catturato fin da subito con la sua versatilità: questo suo mutare come elemento, da crudo a cotto, ha un qualcosa di magico.”
Un percorso non sempre facile, ma sostenuto dagli affetti:
“La mia famiglia ha appoggiato la mia scelta. Per me è stato fondamentale ricevere il loro sostegno; spesso non è scontato quando decidi di voler vivere d’arte.”
Così, nel 2022, Chiara apre Cam Ceramiche, il suo piccolo laboratorio a Palmi: uno spazio condiviso dove da una parte espone i propri lavori e dall’altra li produce. Parallelamente, inizia a partecipare a concorsi d’arte in tutta Italia, ma dal respiro internazionale.
“Mi sento molto vicina a ogni pezzo che creo. Però… Una delle opere di cui vado veramente orgogliosa è il vaso bifronte del 2025, con cui tratto “Il mito di Perseo”. Con questo vaso ho vinto il premio assoluto della Rassegna “Arte in Arti e Mestieri” a Suzzara (MN). Partecipare ai concorsi parecchio, ti danno la possibilità di confrontarti con altre persone e crescere.”
Palmi ha risposto molto bene alla sua arte. E quando le chiedo se in Calabria si possa davvero vivere d’arte, la risposta arriva subito, senza esitazioni, accompagnata da quel sorriso fiero. E’ a un buon punto, lo sa
“Sì! Guarda me: ce la sto facendo. E non è affatto semplice, ci si deve impegnare al massimo. Come tutti i lavori, anche questo richiede un percorso netto e non ci si può improvvisare. Personalmente, vivo d’arte in Calabria perché non mi vedo a vivere da nessun’altra parte; per me il mio territorio, a cui sono molto legata, è parte integrante di me.”
Tra i suoi consigli, c’è quello di avvicinarsi alla manipolazione della materia:
“Mettersi in contatto con la terra ti fa capire molto di ciò che sei. Dovremmo ‘parlare con noi stessi’ ogni tanto. Guardiamo i social: ormai abbiamo dimenticato il senso del silenzio, sentiamo sempre il bisogno di dover dimostrare qualcosa.”
Certo, le sfide non mancano, specie dal punto di vista commerciale:
“Il mercato oggi resta un posto difficile. Ho provato con l’E-Commerce, ma richiede molto tempo. Per fortuna posso dedicarmi interamente al laboratorio, dove vendo le mie creazioni. Essere imprenditori è complesso, ci sono molte cose da gestire, soprattutto quando si è alle prime armi.”
Ma la fiducia non le manca. Chiara sa dove vuole arrivare ed è pronta a plasmare, giorno dopo giorno, il suo futuro da artista.

Vincenzo Gullo. Per mettere radici bastiamo… Io e Palmi
Avevamo già parlato di Vincenzo Gullo, giovane e coraggioso imprenditore di Palmi la cui attività di contadino sta dando ottimi frutti, restando in tema.
Difatti, da quando ci siamo sentiti l’ultima volta c’è stata una piccola novità: la nascita dell’Azienda Agricola “Io e Palmi”. La nascita di questa Piccola Grande Azienda è sempre stata un sogno, spiega, che mi accompagna da bambino e finalmente è diventato un lavoro, non è più un passatempo. Neanche nei momenti peggiori mi sono dato per sconfitto e mai per scontato perché la mia famiglia, non avendo terre, le ho dovute affittare e le ho dovute lavorare per bene.
Adesso, dice la mia azienda produce, principalmente olio e patate come prodotto di punta.
L’azienda, dice abbia avuto una risposta positiva dalla popolazione: il giovane che si getta nella coltivazione e offre contemporaneamente della cultura è ben visto. Ma non si ferma qui, l’azienda con le sue soddisfazioni. Il mio successo però è conseguenza del mio lavoro&impegno. Però le vendite toccano pure Reggio…
Olio e patate… perché principalmente l’olivo è la pianta caratteristica del territorio e mi ha sempre appassionato. Palmi è una zona piena di olivi ma mi voglio ampliare proprio come azienda: per ora lavorano con me solo gli staglionali per la raccolta delle olive e affermare questo suo mercato che ora è dedicato principalmente ai privati e solo in minima parte ai grossisti. Solo l’olio, dice, principalmente Vincenzo coltiva olive adatte solo per l’olio.
In un futuro, dice mi piacerebbe “ampliare” la produzione, spiega, di prodotti. Non produrre solo patate ma trasformare l’invenduto, dandogli un valore che altrimenti non avrebbe, come patate da friggere o crocchette. Così quello che ora appare come un problema e una spesa diventa un’idea e sarebbe più redditizia
Non mi dispiacerebbe, spiega, però allargare la proposta. Tra un paio d’anni mi piacerebbe proporre pure cipolle e carciofi. E anche fiori, perché no? L’uomo ha bisogno non solo di cibo, ma pure di bello.
Vedo la coltivazione di fiori come un completamento dell’azienda. Perché potrei coltivare il bello pure io e curare così i particolari del campo perché comunque io nel campo ci vivo e dev’essere bello.
Queste colture saranno a Palmi? Principalmente Palmi, che resta il posto che predilogo, ma anche Dintorni. Certo con i fiori non c’è la versatilità che offre l’olivo. Hai bisogno di un ambiente specifico per i fiori.
Anche se non sembra, dice, non ho mai distaccato l’abbinamento terra-cultura, resta il mi cavallo di battaglia. L’idea di scrivere un libro di poesia mi potrebbe pure interessare, spiega ma resta solo un piano: non voglio affatto contribuire alla marmaglia di letteratura che circola. Quando mi sentirò pronto ci penserò…
E in attesa di questo libro, spero di incontrare presto Vincenzo per prendere una birra insieme
ALESSIA VARZI, DISEGNARE PIACEVOLMENTE LE PROPRIE EMOZIONI
A “presentarci”, anche se solo virtualmente è stato Damix, amico di entrambi ma conosciuto in due fiere completamente diverse.
Nonostante viva a Roma da più di vent’anni, Alessia Varzi è una ragazza nata a Soverato il 23/09/1988 e non ha mai dimenticato il suo lato calabrese. Ragazza sorridente e con mille sfaccettature, da 6 anni è un’Artista autoprodotta anche se disegna da una vita.
La passione per il disegno e la lettura è nata molto tempo fa. Ho iniziato a dedicarmi alla stesura di fumetti quando mi sono trasferita, per studio, senza maimollarla, a Roma: all’epoca ha smesso di essere uno sfogo assumendo toni più seri. Piano piano, questo sfogo nell’arte è diventato sempre più una necessità.
Il mio fidanzato, come la mia famiglia del resto, hanno sempre sostenuto il mio lavoro. I miei familiari sono i miei primi fans, accompagnandomi in fiera e interessandosi sempre alle mie uscite.
Lo scoppio del covid e conseguente chiusura per me è stato un periodo tanto duro quanto importante. L’ho vissuto sola a Roma mentre la mia famiglia era giù in Calabria, ho perso il mio lavoro di assistente alle vendite.
Ne ho approfittato per “rinascere”, riprendere il disegno in mano seriamente
I suoi primi due libri fanno riferimento al webcomics “Joy”,striscia autoprodotta, a cui ha dedicato una pagina Instagram (che vi consiglio di vedere) e per ora due libri. Il primo è una raccolta di strisce sulle nostre emozioni quotidiane. Alessia ha preferito affrontare l’argomento con un tono piuttosto leggero per poterla godere fino in fondo. A questa striscia ha voluto dare un tono leggero perché, dice l’argomento era già impegnativo di suo.
Da Joy, come dicevo, ha tratto due libri: una raccolta di strisce, alcune già note ai lettori ma alcune inedite, e un “making of” dedicato alla realizzazione di quest’opera.
Un altro volume l’ho dedicato, racconta, all’intrecciarsi di musica&immagini, intitolato “Sad Song for broken heart”.
Questo volume, specifica, è una raccolta di 50 illustrazioni, ciascuna legata al brano musicale che l’ha ispirata. Accanto ciascuna illustrazione, mi spiega, il lettore trova lo spazio necessario per appuntare quale brano, secondo lui ha ispirato l’illustrazione
Certo, aggiunge, scrivo e disegno fumetti ma sono una character designer, sto collaborando a un videogioco, e mi piace prenderne parte perché è ambientato in Giappone, posto al quale sono legati i miei studi universitari
Mi piacerebbe allargare gli orizzonti. Crearmi anche i miei spazi in qualche fiera, perché no?, anche in
Calabria dove ne stanno iniziando ad esistere. Sono felice, dice, che questo fenomeno della fiera sia stato
sdoganato e stia prendendo piede quasi come fosse una realtà pure in Calabria. Un giorno mi piacerebbe
partecipare a qualcuna di queste fiere, quando capirò come organizzarmi bene
Qualcosa che mi disturba, oggi, nel mondo del fumetto, è l’abuso di IA. Cioè, ti siedi e dai due informazioni
ed eccoti il tuo fumetto… scusa, quello che davvero dà soddisfazione ovviamente oltre il risultato finale è proprio il processo di creazione. L’IA toglie questa soddisfazione regalandoci prodotti freddi, seppur a prima vista perfetti.
Progetti futuri? Il progetto “Joy” mi ha dato molte soddisfazioni, l’ammetto e vorrei dedicargli più spazio,
altre illustrazioni. Inoltre sto terminando una raccolta di tarocchi dedicati alle emozioni, vorrei terminarla
perché per ora ne ho “pubblicate” solo sei, ma comunque vedo che le persone ne restano affascinate.
Così ci salutiamo, restando d’accordo per una birra

Alessia Varzi, nonostante le “sad songs” sorride rilassata. Per gentile concessione
Gente d’Aspromonte, impressioni
Pubblicato nel 1930, è una raccolta di tredici racconti di stampo neorealista, piuttosto che della letteratura italiana è molto rappresentativo della “letteratura calabrese”. Alvaro ha vissuto l’adolescenza nella locride, un posto selvaggio&chiuso della Calabria che l’ha profondamente segnato e, anche se si è trasferito in età adulta a Roma non si è affatto disintossicato dalla Calabresità. Come Omero, in questo libro prova a coagulare tutte le voci ascoltate&vissute creando un’opera assoluta&eterna. Alvaro ha una scrittura, intesa come modo di esprimersi, che ritroveremo paro paro qualche decennio dopo in Gioacchino Criaco, ma è proprio questa frammentarietà in racconto a darci l’Impressione di un Omero attorno il fuoco a raccontare le sue storie.
Il primo racconto, “gente d’aspromonte” è quello che dà il titolo all’opera ed è anche il più lungo e, in parte il più importante. Non che gli altri non lo siano ma è quello a cui l’autore è più legato perché l’ha impegnato di più. Qui descrivere la vita dei pastori calabresi, con una fame addosso che li spinge a dimenticare d’essere brave persone e approfittare d’un montone smarrito per arrostirlo e farne festa, è una vita sacrificata la loro perché questo succede un paio di volte l’anno se va bene. In tutto questo, ci mostra i sacrifici del contadino e i guadagni del signorotto locale. Nonostante tutto qualche scena di dolcezza riesci a trovarlo, mi è piaciuta molto la scena finale dove un incendio appare come una punizione divina, ma che potrebbe comunque essere la vendetta di un latitante nascosto trai boschi.
E’ un lungo racconto corale, non va affatto preso come un racconto ma come un insieme di fotografie in prosa di un’epoca e di un luogo, qui Alvaro cambia spesso punto di vista senza avvisare, questa è una cosa che pesa un attimo vero ma ti spinge a leggere con più attenzione. Comunque, chi in un modo e chi in un altro qui ci appaiono come anime in pena.
Subito dopo abbiamo “la pioggia”, è una storia di una ragazza rapita dagli zingari, addestrata a chiedere l’elemosina. Qui ci mostra due tipi di scontro sociale, da un lato la ricca borghese e la zingarella e dall’altro lato la disperazione della donna vecchia&sposata che detesta la ragazza in quanto giovane che di figli non ne vuole affatto. Attimi di “patriarcato” (vattene che se mio marito mi vede con una zingara mi sgrida) perché allora, come oggi vince la cattiveria della guerra tra poveri stronzi. Ci sarà sempre chi è felice nello sperare che venga catturata una zingara che ha rubato anche se questo non è mai successo perché è infelice dentro e prova a rivalersi così.
Molto simpatico, invece è il racconto dove un principe indiano perde un rubino del valore di svariati milioni in un taxi arrivato dal nord America a Lamezia Terme. L’autista lo avrebbe trovato qualche anno dopo, non capendone il valore lo lascia al bambino per giocare come fosse una biglia, ricordando con affetto quando trovò una monetina da cinque lire a terra.
Ne “la pigiatrice d’uva” ci mostra la sofferenza di un bulletto di paese quando le lavoratrici hanno dimostrato interesse per suo figlio ed è pronto a ucciderlo. Da qui in poi ci in poi ci farà vedere più nello specifico cos’è “la gente d’aspromonte”
Romantica ci racconta la storia della figlia di un garibaldino di cui non sa più nulla. viene descritta come una ribelle perché vuole godersi la propria adolescenza, periodo in cui “le voci” le lasciano scoprire sia illegittima. Sua madre le confida sia stato l’unico uomo che abbia mai amato. “Romantica” ci parla di situazioni ancora attuali, di matrimoni “perché va fatto” che la società non ci vuole affatto zitelli&liberi&felici, che non importa poi che si dorma in camere diverse, portando nel cuore persone diverse da quelle con cui dividiamo il tetto. E scopri che sono questi gli amori, se non più puri quelli più sentiti: quelli che rileggi in lettere piene di errori
TERESITA invece è un racconto dedicato al patriarcato, dove il Capofamiglia, Ferro di nome e di fatto, chiama Signora Saveria la moglie, ironico ossequiarsi perché lei gli mette le scarpe e usa il pugno di ferro su tutti quanti. L’unica che pare addolcirlo è Teresita, la piccolina. Quando si sposa, ecco che accorgersi che il potere esercitato con una certa goduria pare sgretolarsi, non basta la ricchezza del marito per rasserenarlo. Così per apprezzare tutto e questo potere terreno non serve a molto quando la vita gli mette il conto davanti e Teresita muore di parto tra le sue braccia dopo che Ferro ha preteso da lei, anche dopo il matrimonio, che continuasse a svegliarlo alle 7 ogni mattina
Altro bel racconto è Temporale d’autunno, ci racconta di un pastore errante che all’improvviso viene colpito da un temporale e incontra una ragazza in una grotta e scoprono, nonostante non si conoscano di essere parenti. E di non conoscersi per colpa di una faida familiare. Lui in un colpo di fulmine si scopre innamorato ma lei ferma i bollori. “Se ci scopre mio padre, ci ammazza”
Invece nel racconto “le cornute” ecco l’ostentazione del credo, quella cosa nei piccoli posti è tutto tranne che vera devozione. Incurante di essere vista, la protagonista diventa ridicola. Gli uomini l’accompagnano per non lasciar sola la donna in pellegrinaggio intonando mentre lei non c’è canti sconci.
In “Cata dorme” ecco la disperata fuga da un istituto di due ragazzi, il ricco e il povero con la pena nel cuore di dover affrontare la famiglia al ritorno. Entrambi troppo piccolo quando partirono per apprezzarla, progettano di nascondersi da lei per qualche giorno, per far credere i genitori di essere spariti che “se in mezzo c’è una donna, è tutto più semplice” ed evitare cos’ le botte. Convinti stia dormendo, le tolgono gli abiti da dosso trovandola molto più bella dei ricordi. Però scoprono sia stata uccisa, forse per amore ed eccoli correre via dimenticando i propri piani, entrando così nel mondo degli adulti diretti alla Marina
Corrado Alvaro è un amante severo. Si legge l’amore per questa terra riconoscendone i confini e i limiti, soprattutto dell’epoca. È una terra di contadini e di emigranti pronti ad andarsene via in America, tornare qui sempre affamati seppur con qualche lira in tasca.
Come lunghezza, a farla da padrone è “gente d’aspromonte”, sulle sessanta pagine. Gli altri racconti si fermano sulla decina
E’ un verismo duro&crudo come poteva esserlo la calabria dell’epoca, Alvaro pare stare dalla parte del popolo quando scimmiotta il baronetto che pare sia un nobilotto con cappello&bastone, pare quasi una caricatura con il vestitino preso in giro dai ragazzi. Non usa due pesi, critica pure il patriarcato presente nel popolino, Alvaro lo sa che il suo è un posto di mentalità chiuso&disperato
La scrittura di Corrado Alvaro è tanto semplice quanto intensa, te li fa sentire vivi i personaggi, perfino i moscerini sull’uva appena citati. Nello specifico, ho trovato quel modo di esprimersi in Criaco come già detto, soprattutto nel suo Anime nere, nato qualche decennio dopo…
Cercare il proprio ruolo per puntare in alto: una birra con Giuseppe Cutrullà
Giuseppe Cutrullà è un ragazzo nato a Vibo Valentia, dove vive e lavora, il nove novembre 1983.
La passione per il cinema è nata quando ancora era piccolino, quando si divertiva a imitare i film che vedeva. Ha preso la decisione di fare l’attore perché emozionandosi pensava di far emozionare gli altri. Ho dovuto trovare, spiega i giusti compromessi perché ci tengo molto alla mia privacy e questo è un mestiere che ti spinge molto ad esporti. Forse per questo non ricerco molto la vita mondana e un certo tipo di fama, anche se apprezzo venga riconosciuto il mio impegno.
Per questo, mi piace venga riconosciuto
Sarà una questione di egocentrismo, spiega, ma lo faccio principalmente per me stesso. Al massimo, per la mia famiglia che mi ha sempre supportato.
Si, la mia famiglia ha preso abbastanza bene la decisione di voler fare l’attore. Avevo ventott’anni quando sono salito a Roma per frequentare la scuola di recitazione. Sapevo sarebbe stata molto dura, mi hanno detto prova e vediamo che succede, così per un certo periodo mi sono allontanato dal negozio di famiglia.
Sognavo fin da piccolo di diventare un attore però il mio approccio è cambiato molto con il corso del tempo perché come tutti, crescendo, sono cambiato. E’ il mestiere più bello del mondo e come tutti i mestieri i c’è bisogno dedizione e sacrificio.
Il primo giorno, l’insegnante di recitazione ci fece un bel discorso che ho accettato: Sarebbe stata dura, avevamo un lungo&duro lavoro da fare principalmente su noi stessi e sui vari metodi di recitazione.
Roma… Roma resta il luogo centrale in Italia dove il cinema lo puoi fare dopo averlo studiato ma anche qui, in Calabria, si può fare. Negli ultimi anni la Calabria è terreno di produzioni e ultimamente sono state girate alcune scene di film importanti, l’ultimo è stato uno sceneggiato su Sandokan. Esiste anche qui la gente che fa film. Certo, non è Roma dove è concentrato gran parte di tutto il cinema.
Trai più bei film girati al sud troviamo, credo, “il sud è niente” di Fabio Mollo, “Baharia” e “Anime Nere”
Il primo mio ruolo importante l’ho avuto in “Solo”, un film uscito su canale 5, è stata la prima produzione importante. Mi rammarico, dice, di non averla vissuta bene per via di un forte stato d’ansia e nervosismo, ma a posteriori posso dirlo sia stato bellissimo.
Trai miei registi preferiti ci sono: Virzì, Ozpetec, Marco Tullio Giordana. Come film… c’è ovviamente “i cento passi” e “venere in pelliccia di Polansky”.
Progetti futuri? Ho fatto un paio di provini. Vedremo come andrà mentre continuo a lavorare nell’attività di famiglia. Quando posso do una mano all’associazione “Altrove” di Vibo Valentia. Ragazzi splendidi e ambiziosi che si impegnano molto nel territorio.
E restiamo così, con l’impegno di bere una birra insieme

Giuseppe Cutrullà, per gentile concessione dell’Attore
Ugo Carella, Musicista Calabrese dal respiro internazionale
Ho avuto il piacere di ascoltare ma non vedere, impegnato in una reception, il “Carella Curcio Duo” e ammetto non sia stato poco. Ad attirare la mia attenzione è stata la loro cover di “Johnny B. Goode”, che nulla ha d’invidiare alla versione “Cover” dei Judas Priest.
Ma adesso torniamo a noi.
Esteticamente, mi ricorda molto Niccolò Fabi…Ugo Carella è un ragazzo calabrese nato il 28\06\1986 a Cosenza. In famiglia si è sempre respirata musica, principalmente ho sentito l’influenza di gusti dettatami da mio fratello e mia madre, a casa si sentiva molta “musica italiana”, mio padre suona la chitarra e già da quando ero in fasce mi suonava le sue canzoni preferite, il mio primo approccio a uno strumento l’ho avuto con un pianoforte. Mi sono iscritto pure a un’accademia per imparare a suonare bene. Ma poi…l’illuminazione l’ho avuta quando nel 2001, esisteva ancora MTV ed ecco apparire Carlos Santana con la sua “Maria Maria”. Fu uno shock positivo, fece nascere in un me quindicenne la passione per la chitarra. Me ne innamorai, ammetto fu uno shock positivo che in un anno mi fece imparare tutti gli assoli di Carlos Santana ad orecchio. Erano gli anni di MTV in televisione, del liceo, quando con un paio di amici formavamo la nostra cultura musicale esplorando le grandi rock band come i Pink Floyd, i Led Zeppelin. Mtv era un ottimo spunto, anche se dovevi starci attento perché c’era molto Pop alla Britney Spears, roba usa&getta.
Per me la musica è un fantastico viaggio, mi ha aiutato mille volte. Ammetto, aver avuto un bel rapporto con la musica mi ha riservato mille esperienze&avventure, mi ha aiutato positivamente quando pensavo di non farcela, mi ha fatto vedere posti e fare amicizie, mi ha fatto aprire a nuove collaborazioni.
Da passione, spiega, mi sento fortunato sia diventata un mestiere. Mi sono ritagliato questo spazio qui in Calabria e questo dimostra che ovunque tu vada, spiega Ugo, se fai il tuo lavoro con passione&impegno ce la farai ad emergere. Senza darla vinta ai vari pessimisti: c’è sempre qualcosa di bello ovunque tu vada per cui suonare.
La mia famiglia… sono stato molto fortunato, lo ammetto perché mi hanno lasciato libero nelle mie scelte, permettendomi di sbagliare. Gli sbagli servono per crescere.
Il progetto “Carella Curcio Duo” è nato a un concerto, suonavo la chitarra per Alessia Labate. Dietro le quinte ho conosciuto Danilo Curcio, intonando qualcosa insieme abbiamo notato ci fosse un ottimo feeling e di primo impatto viene fuori qualcosa d’impatto, abbiamo deciso così di “sperimentare la strada”. Abbiamo avuto la possibilità così di sperimentare molto.
A Cosenza non è una cosa usuale vedere gli Artisti di Strada, ma ammetto sia una bella esperienza. È bello suonare per tutti, dice perché fai anche esperienze strane come il vecchietto che si avvicina a darti la mano incurante che stai suonando. Ma non solo, qui nascono progetti e nascono amicizie. Abbiamo girato parecchio, suonando pure a Piazza Duomo a Milano, fatto qualche data in Germania. Con Danilo, ormai sono otto anni che suoniamo insieme, abbiamo suonato in parecchi contesti diversi tra loro, fatto molti festival. Io e Danilo abbiamo due modi completamente diversi di suonare, facendo un uso diverso del fingerstyle che fa diventare la chitarra un’orchestra e questo ci permette di riarrangiare in chiave acustica parecchia musica, dal jazz al rock.
Ci sono alcuni video nostri su youtube, uno di questi è stato notato dalla Holland America Line, una compagnia di crociera che ci ha proposto alcune serate. È stata una esperienza strana ma piacevole, eravamo gli unici italiani con 2000 americani.
Con Danilo, abbiamo registrato un cd intitolato Anywhere Acoustic
Tra le mie ispirazioni, ovviamente Santana, ma anche Clapton, Tommy Emmanuel (che ha innovato la chitarra acustica.)
Adesso mi sto dedicando a un progetto acustico, Arpa e Chitarra con una ragazza di Cosenza, Stefania Binetti. Reinterpretiamo acusticamente un percorso di ampio respiro musicale, da Morricone ai Coldplay. Io suono molto ad orecchio, quindi ho un approccio molto più rock rispetto i tecnicismi di Stefania. Ne esce un sound nuovo, tra il passato e il presente.
Un consiglio che vorrei dare è non mollare mai, abbi coraggio che i frutti arrivano.
E restiamo così, con la promessa di una birra

Ugo Carella (dal profilo fb per gentile concessione del Giovane Musicista)
Ragazzo di Vetro- Serena Maffia
Ragazzo di vetro è una piacevole raccolta di Poesie di Serena Maffia.
La prima cosa che noto, leggendolo, è il filo rosso che lega tutte le poesie. In musica, chiamiamo “Concept” quell’album che racconta delle storie e, vi prego di perdonarmi se il paragone risulta forzato o blasfemo, ma a me la struttura di “Ragazzo di Vetro” ricorda, da un punto di vista “tecnico” l’albo dei Maiden “7 son”. Non ci raccontano la storia di questo settimo figlio ma ogni canzone è un tassello messo apposta per presentarcelo e, proprio come i Maiden Serena Maffia ci presenta il suo ragazzo di vetro poesia dopo poesia.
Se c’è una cosa che adoro in Serena, è la semplicità del linguaggio che ben si abbina alle sue poesie, tra cui temi ci sono l’amore, il mare come luogo non solo estivo vissuto fino in fondo, e le atmosfere in un libro di poesie che paiono scritte con un approccio quasi per gioco.
A ben pensarci, per quel poco che ho letto ed è un bene per lei, Serena ha un approccio molto “da amica” con la scrittura, come se fosse un posto sicuro, dove cui si sente a proprio agio. Adoro questa sensazione, forse perché sono cresciuto in un paese di mare, questa scrittura che nasce, senza per forza darsi un tono falso e altisonante da poetuncola distratta, in paesi di spiaggia. L’apice lo trova in una poesia dove parla di eros e masturbazione senza atteggiarsi da “Alda Merini degli sciancati” o peggio “la nuova Bukowski”, anzi mantiene un tono composto senza cadere nel volgare o sfociare nell’eros…
Accenniamo alle poesie…
“Ragazzo di vetro” è un “personaggio” che torna. O meglio, avremo ancora questa sensazione in altre due poesie. Soprattutto rappresenta in questa poesia l’idealizzazione amorosa di una ragazza. La vera forza della poesia sta nel finale, con un paio di rime forzate, ci riportano alla realtà. Ritorna più volte, con la fragilità trasparente di un pensiero, questo ragazzo di vetro, riccioli&pensieri, un abbraccio dolce come quello di Mamma quando ti addormenti tra le sue braccia e ti perdi nell’azzurro dei suoi occhi.
“Ora” parla della malinconia di un amore perduto. Parla, con il senno di poi, come piacerebbe viverlo ora che saprebbe come fare ad affrontare quelle carezze.
Guardando quel mare, presente in tutto il libro mentre scrive “sola”, ho la sensazione è che questo libro è stato scritto davanti sempre la stessa spiaggia. D’estate quando vi sono i tramonti e d’inverno quando il paese è vuoto e il paese diventa così il posto ideale per uno scrittore. Trasmette calma a Serena non importa. Va bene così perché lei la tempesta ce l’ha dentro…
In sintesi, per tutto il libro (48 poesie) Serena ci parla del suo rapporto d’amore con il mare e con un ragazzo che è meglio resti idealizzato con la stessa naturalezza con cui si lava la macchina niente eros forzato e niente volgarità. Tra birre al tramonto al bar in spiaggia bevute con gli amici, dove abbiamo il coraggio di scrollarci da dosso inutili pressioni sociali. O meglio, la sensazione che dà è di voler ricordare quelle sensazioni, le sta scrivendo in un paese di collina, in autunno, dove quel mare vissuto d’estate lo vede da lontano ma che è facilmente raggiungibile in cinque minuti. E tutto così semplice, lineare&bello, come il rapporto con quel ragazzo di vetro.
Che ci descrive ma che non ci fa vedere.
Consigliato
La Sua Ragazza-Serena Maffia
Che Simpatica Scoperta, questa Scrittrice a cui mi avvicino, questa volta leggendo questo libro sottile ma piacevole davvero 🙂
Ho sempre pensato che le donne, sia nel corpo che nello spirito siano molto più poetiche degli uomini. Credo che il massimo di questa poesia si manifesti nell’amore omosessuale e vi prego di non vederla come una semplice perversione maschile.
Anche se avevo letto alcuni manga, questo è il primo romanzo che tratta di donne omosessuali.
“La sua ragazza” è un breve quanto simpatico romanzo di Serena Maffia che, senza forzamenti di alcun genere ci porta con leggerezza&ironia nella vita “franatica” di Francesca detta Frana.
Questo personaggio, non vorrei sembrare ripetitivo, è molto dolce e sta vivendo il suo momento di crisi esistenziale. Innamorata del mito di Narciso in maniera così ossessiva da rovinare perfino momenti d’intimità.
Nonostante la sua testa fra le nuvole, è una bravissima ragazza.
Si apre con Frana, come si potrebbe aprire una qualsiasi storia d’amore da manuale, resta in moto sulla Flaminia. Grazie a un energumeno, Yeti, conosce Roscio, un tipo conscio delle sue abilità di meccanico. E’ una domenica mattina, quando Frana tornerà in settimana a ripagare o semplicemente ringraziarlo incontrerà Roscio “in intimità” con Anna, la sua ragazza.
Di cui, Frana s’innamora.
Serena ci accenna che ci si ama per noia&abitudine, in un racconto a modo suo ribelle perché è una storia sullo scoprirsi anche se si è consci di se stessi. Serena usa toni innocenti anche quando si vive un momento poco innocente, nel desiderare anche se ha una donna la donna altrui e finirà in una camera con Roscio.
E tutto perché da quando c’è stato un fraintendimento, quel che appare come un bacio di una donna sbronza fa si che le due coppie vengano distrutte e le due “ex” fanno un regalo a Roscio e Frana, facendoli finire in un albergo di Venezia dove, non mi sarei di certo aspettato finisse così, Frana s’innamora di Roscio perché va a scoprire l’opposto del proprio sesso. Scopre se stessa, con sensazioni&prospettive. In un finale, almeno per me, inaspettato capiamo ci si scopre giorno per giorno anche quando diamo tanto di scontato nella nostra vita. E che l’amore è una prospettiva, la prospettiva giusta ci spiega Serena.
Però qui mi è sorto un dubbio, bellissimo finale, ma Francesca detta Frana è una frana davvero 🙂 quanto tempo c’ha messo per capire cosa possa volere dall’amore? Soprattutto “chi” vuole amare?
C’è una scena, la scena della “svolta” in cui le due ragazze, Anna e Frana sembrano baciarsi mi è sembrata un poco troppo tirata. In tutto il romanzo, mi è sembrata l’unica scena non davvero sentita o vissuta, segno che Serena non ha mai vissuto situazioni del genere. E dico questo perché in tutta la stesura, la scrittura ha una leggerezza che ci fa capire quanto l’autrice si sia divertita a scrivere, Serena non ha un approccio pesante o moralistico che possono avere certe opere di sti tempi ma piuttosto s’immedesima nel suo personaggio, come se Serena fosse anch’essa una frana nella sua quotidianità. Frana ha mille sfumature che viviamo insieme a lei, Serena avrà vissuto i suoi stessi tormenti ma in maniera diversa.
Un’altra cosa che ho apprezzato, traspare durante la narrazione, una sorta di sensazione. Che ho percepito in Fight Club di Palahniuk. Mentre Chuck però era mosso dalla rabbia che trasudava dalle sue parole, qui Serena ci mostra tutto il divertimento che c’è stato fin dall’inizio.
E’ una scrittura semplice, come già detto, da cui traspare tutta la passione di Serena per Rock&Grunge che non è mai stressante come in altri autori. A stupirmi, a un tratto c’è stata una citazione di Frank Miller (Da “una donna per cui uccidere”) che non mi sarei mai aspettato, soprattutto in una scena omosessuale.
Però ammettiamolo, la leggerezza della lettura non vuol dire banalità. La profondità del personaggio eccola arrivare a metà romanzo, con i suoi ragionamenti profondi, sulla caducità dell’amore proprio mentre lo si fa. Sta facendo un punto, accettando possa esser finito tra lei&Eva se sta facendo sesso e pensa a un’altra donna…Qui ho avuto la sensazione che Serena abbia vissuto l’attesa di una risposta da parte di una donna…
Comunque, in sintesi questo romanzo è molto piacevole. Scorre e lascia ottimi spunti di riflessione, scritto bene.
Consigliato
Adele Rombolà, Attrice “Mediterranea”
Adele Rombolà è un’attrice che nasce a Tropea nel 1978.
Ho incontrato il teatro nei corridoi universitari, trovando in bacheca l’annuncio di un mio docente di Architettura, Renato Nicolini che insieme la sua compagna, l’attrice Marilù Prati, stavano dando vita ad un laboratorio teatrale universitario, ed invitavano i ragazzi della Mediterranea ad un primo incontro al teatro Politeama “Siracusa” di Reggio Calabria.
Quella di fare teatro, dice, non è stata una decisione bensì una casualità che si è trasformata in passione e necessità personale. Ho avuto sempre un’indole creativa, da bambina adoravo disegnare e, alla fatidica domanda “cosa farai da grande?”, rispondevo “la Stilista!”, ma ho intrapreso studi scientifici influenzata dalla famiglia che, desiderando il mio bene, avrebbe preferito uno sbocco professionale sicuro.
Iniziando a fare teatro, mondo totalmente sconosciuto fino allora, pensavo sarei riuscita a conciliare questa nuova passione con gli studi di Architettura. Ma più mi ci addentravo, in questo nuovo percorso piano piano mi allontanavo dall’obiettivo che mi aveva portato a Reggio Calabria, ossia la laurea in Architettura.
È un mestiere che ti fa vivere nell’incertezza, quindi mi ritrovo ogni giorno a rinnovare questa scelta, ma oggi la faccio con fermezza e senza più esitazioni. Scelta cementificata durante il primo lockdown.
Non ho avuto una formazione accademica, ma mi sono formata all’interno di un vero teatro (una grande fortuna oggi, che i teatri chiudono cambiando destinazione d’uso), lavorando con professionisti del settore, in ogni ambito della messiscena teatrale.
Consigli di fare teatro in Calabria? Dovresti chiedermi se consiglio di fare teatro! Di sicuro, il Covid ha peggiorato una situazione già di suo non rosea. Per questo, come ti ho già detto, scegliere di farlo è una necessità personale. Per quanto mi riguarda, posso dirti che la Calabria è ricca di piccole realtà che lavorano con grande fatica, le loro produzioni indipendenti danno un forte contributo sociale al territorio.
Hai mai fatto cinema? Si! È un’esperienza maturata già in teatro, per alcuni spettacoli ci siamo serviti della “video-arte” e di riprese cinematografiche esterne. Oltre questo, parallelamente al teatro ho lavorato per produzioni sia televisive che cinematografiche.
Andresti a vivere a Roma dove ci sono più possibilità? Un tempo pensare di trasferirsi aveva senso ma oggi l’idea non mi sfiora più, perché dovrei? Se ci pensi, molte produzioni stanno scoprendo la nostra regione. Se un set con relativo cast può venire in Calabria, perché io in quanto attrice non posso andare a Roma per quel breve periodo, giusto per la lavorazione del film? Ormai è risaputo che, da anni, la Calabria è meta di produzioni italiane ed estere, inoltre noto facciano capolino pure produzioni calabresi ma quel che mi fa rabbia è il potenziale artistico sprecato della Calabria perché le produzioni arrivano con un cast già formato. La nostra regione si presta bene a essere un set cinematografico e viene valorizzata solo paesaggisticamente, gli artisti, ossia gli attori, restano relegati ai margini di ciascuna produzione, sia locale che esterna.
Quando le chiedo quale sia lo spettacolo a cui è maggiormente legata, lei mi risponde sia impossibile sceglierne solo uno. Piuttosto deve elencarne quattro e per ciascuno mi da una motivazione, soprattutto intrisa di affetto:
1) 2002, “Nozze” di Elias Canetti. Regia di Renato Nicolini. Teatro Politeama-Siracusa di Reggio Calabria. È lo spettacolo con cui ho debuttato a teatro, oltre ad essere lo spettacolo con cui ha debuttato quella che poi è diventata la mia compagnia: Mediterranea Teatro.
2) 2012 “Pirandello-Drei” di Renato Nicolini da “Vestire gli ignudi” di L. Pirandello. Regia di Renato Nicolini e Marilù Prati. Teatro Politeama-Siracusa di Reggio Calabria. È l’ultima drammaturgia scritta dal nostro direttore artistico-regista e drammaturgo. L’ultimo splendido regalo fatto prima di lasciarci.
3) 2011 “La brocca rotta a Ferramonti” di Francesco Suriano (tratto da “La brocca rotta” di Heinrich Von Kleist), regia di Francesco Suriano e Renato Nicolini, Teatro Sybaris, Castrovillari (Cs). Prima Nazionale per “Primavera dei teatri” XII edizione. È uno spettacolo che ho amato moltissimo, non solo per la bellezza dello spettacolo in sé e perché eravamo in uno dei festival più importanti, ma per il percorso che ci ha portati al debutto e che ha rappresentato uno dei periodi più felici della mia vita, in cui mi sono sentita realizzata come attrice.
4) 2018 “Interrogatorio a Maria” di Giovanni Testori, regia di Walter Manfré, Clan Off Teatro, Messina.
Walter Manfrè era un regista che stimavo molto per i modelli e metodi di interpretazione propri del suo “Teatro della Persona”. Desideravo da tempo conoscerlo e lavorare con lui, quando si presentò l’occasione nel 2018 realizzai un sogno. Questo è stato un altro dei periodi più felici della mia vita anche per il rapporto umano creatosi con Walter e i miei colleghi.
Progetti futuri? Dopo la morte del direttore artistico Renato Nicolini, avvenuta nel 2012, con Mediterranea Teatro siamo andati avanti fino il 2015 ma poi ognuno ha preso la propria strada. Oggi, svolgo la mia professione autonomamente, sono aperta a collaborazioni con altre realtà sia nel settore del teatro che nel cinema. Sai, più ami il tuo mestiere e più cerchi di approfondire e ampliare le tue competenze anche in ambiti diversi ma collegate comunque alla recitazione, per esempio negli ultimi tempi mi dedico all’acquisire competenze nell’ambito della creazione di contenuti audiovideo e del doppiaggio. Mi sto dedicando alla stesura di una mia prima drammaturgia, quando sarà pronta ne parleremo.
Così restiamo in contatto per un’altra chiacchierata.
linktr.ee/adele.rombola.actress

Dal profilo fb dell’Attrice, Adele Rombolà
Per gentile Concessione

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